La vocazione industriale della Catalogna

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La competitività in chiave glocale

A settembre 2010 il Laboratorio PMI, nato dalla collaborazione Confapi – UniCredit Corporate Banking ha presentato l’indagine congiunturale relativa al secondo semestre 2010, destinata a cogliere la percezione dell’andamento economico e le aspettative per il futuro degli imprenditori del manifatturiero. Ne è emerso un quadro in lenta ripresa, ancora molto lontano però dal 2008, ultimo anno di crescita prima della crisi. La produzione, si legge nella Sintesi dell’analisi, è passata dal -17,3% (secondo semestre 2009) al – 6,8%; il fatturato è passato da -19,11% (2009) al – 11,8 per cento. La contrazione più sensibile, tuttavia, si registra nel mercato interno (- 15,8%) mentre il fatturato sui mercati Ue e extra Ue ha saldi positivi, rispettivamente del 3 e 8,7 per cento. Ancora tiepido, invece, l’atteggiamento degli imprenditori, molto cauti sui segnali di ripresa. Gli sconquassi che in questi giorni stanno tormentando il Nord Africa sono destinati a inasprire la precarietà della timida ripresa osservata a fine 2010; ancora una volta potremmo avere davanti a noi mesi davvero duri. Nel frattempo, però, cosa accade negli altri paesi europei? Diamo un’occhiata alla Spagna che solo tre anni fa dimostrava tutta la sua vitalità con lusinghiere prestazioni negli indici di performance dei Paesi europei. Questa volta mi concentrerò su una specifica zona, la Catalunya (o Catalogna, all’italiana), regione tra le più ricche di Spagna. Esaminerò i dati emersi dall’indagine recentemente pubblicata dagli ingegneri industriali della regione (Enginyers Industrials de Catalunya), l’Observatori de la Competitivitat ’10. Prima di entrare nel merito dei risultati però, è necessaria una riflessione più generale su questa terra straordinaria, la cui storia è strettamente connessa alla ricerca dell’indipendenza. Per una volta, dunque, mi concentro su qualche nota storica e qualche data significativa.

 

La Diada
Comincio con l’11 settembre; in terra catalana è il giorno della Festa nazionale, la Diada, il giorno in cui la Nazione catalana celebra la fine della propria indipendenza. Nel 1714, infatti, Barcellona, dopo un assedio di un anno a opera degli eserciti spagnolo e francese e della flotta francese, è costretta a capitolare a Filippo di Borbone, Duca d’Angiò, nuovo re di Spagna col nome di Filippo V. Per Barcellona e la Catalogna è la fine dell’indipendenza perché da questo momento si avvia la costruzione dello stato spagnolo unitario, a partire dall’imposizione della lingua casigliana in sostituzione del catalano. Celebrata anche nell’epoca del franchismo, clandestinamente, dal 1714 la Diada è la festa della Catalogna, la data che ricorda ai catalani quanto lunga e difficile sia la lotta per l’indipendenza, una festa celebrata ovunque, che si annuncia la sera prima con il discorso televisivo del presidente della Generalidad (la generalità di Catalogna, ciò che da noi è la Regione) e che si apre il mattino successivo con la cerimonia istituzionale al Parco della Ciutadella e la visita al Parlamento Catalano, aperto per l’occasione ai cittadini. Accanto alla Divida, in epoca contemporanea, ci sono altre due date fondamentali, il 30 marzo 2006 e il 18 giugno 2006. A marzo il Parlamento di Madrid approvò il nuovo Statuto, a giugno i cittadini catalani lo ratificarono con il referendum. Proprio nel 2008, poco prima dell’esplosione della crisi che in Spagna si presentò già a settembre 2008 a cui seguirono interventi di emergenza da parte del governo centrale, Madrid e la Generalidad catalana avrebbero dovuto dare attuazione definitiva al nuovo assetto fiscale previsto dallo Statuto, costituendo il consorzio a cui partecipano pariteticamente le amministrazioni tributarie della Catalogna e dello Stato centrale. In teoria, perché in pratica ancora non si trova una soluzione definitiva.

 

Il modello devolutivo della Spagna
In poco meno di trent’anni la Spagna ha saputo completare un lungo e articolato processo di decentramento politico ed economico; il modello devolutivo applicato fa sì che lo Stato centrale gestisca poco più del 51% della spesa pubblica, mentre agli Enti locali e alle Comunità Autonome, come la Catalogna appunto, è allocato rispettivamente il 13% e 36% della spesa pubblica. Nello “Stato delle Autonomie” l’Erario delle Spese (e non delle Entrate) poggia su tre principi fondamentali sanciti dalla costituzione: uguaglianza, solidarietà interregionale (la famosa perequazione di cui tanto si parla anche in Italia), coordinamento con l’Erario dello Stato Centrale. La Costituzione spagnola nel titolo VIII ribadisce l’unità indissolubile della nazione pur nel riconoscimento del diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la costituiscono; impedisce però che le Comunità (che sono simili alle nostre Regioni) possano associarsi, prevenendo così le spinte secessioniste. Poco o nulla dice invece sul sistema di finanziamento, la cui struttura è affidata a leggi organiche specifiche, come tali soggette a revisioni, proprio come sta accadendo con l’attuazione dello Statuto autonomo della Catalogna e l’attivazione delle commissioni miste bilaterali Stato – Comunità Autonome. In Spagna il sistema di finanziamento delle Comunità è aperto nel senso che coesistono vari sistemi, dagli Accordi o Convenzioni con i Paesi Baschi e la Navarra (che permettono, unici in Spagna, di avere un sistema tributario davvero autonomo a cui si è ispirato il nuovo Statuto della Catalogna), al sistema speciale delle Canarie e al sistema comune adottato per le altre Comunità, in via di revisione. Il panorama è piuttosto complesso, ma un dato è certo: l’autonomia delle Comunità iberiche resta confinata nella cornice unitaria dello Stato centrale.

 

La vocazione industriale della Catalunya
In questo contesto, la Catalunya ha affrontato la crisi con la grinta e la determinazione tipica della sua gente e qualche infrastruttura in più rispetto ad altri Paesi europei; oggi, per esempio, la regione gode degli efficienti collegamenti dell’alta velocità ferroviaria, i cui treni, i famosi “Ave”, raggiungono le città principali della penisola. La crisi, però, ha rallentato lo sviluppo del collegamento ad alta velocità con la Francia così come ha ridimensionato gli investimenti per affrontare le emergenze autostradali, prima tra tutte la trafficatissima Barcellona – Tarragona. Può contare però su porti mercantili cruciali per l’area del Mediterraneo, Barcellona e Tarragona in testa. L’organizzazione del sistema aeroportuale, invece, è in questi mesi oggetto di aspre critiche; il modello, infatti, è tuttora centralizzato; è Madrid che ne sceglie strategie e politiche quando invece potrebbero essere i territori a intervenire direttamente, con scelte più consone alle esigenze specifiche delle comunità. La ricerca condotta dagli Ingegneri Industriali della Catalogna, con il supporto del Dipartimento dell’Economia e delle Finanze della Generalidad de Catalunya, ha individuato le variabili critiche per la competitività, esterne e interne alle aziende: sistema educativo, legislazione del lavoro, infrastrutture di trasporto, infrastrutture di comunicazione, sistema finanziario; produttività, formazione e qualificazione delle risorse umane, vocazione imprenditoriale, cultura e valori dell’organizzazione, organizzazione interna e gestione dei processi. La Catalogna è regione con spiccate tradizioni industriali, a partire dal tessile del XIX secolo fino ai settori metallurgici, minerari ed edili del XX secolo e quelli dei servizi, tipici del secolo attuale. Il solo settore manifatturiero nel 2005 rappresentava il 23,3% del Pil catalano; nel 2007 il fatturato complessivo superava i 147 milioni di euro. La cosiddetta “nova industria”, quella dei servizi, oggi dà lavoro a 1.930.000 cittadini; riconosciuta di recente dalle istituzioni dedicate (Camera di commercio di Barcellona, Collegio e Associazione degli Ingegneri Industriali, Forum del Lavoro), gode del supporto del Dipartimento dell’Innovazione della Generalidad e ha una piattaforma dedicata, “Industria XXI”. L’indagine ha coinvolto un focus group di 153 manager, tra ingegneri industriali e professionisti con altri percorsi formativi, di cui il 60% impegnati nelle PMI e il 32% nelle grandi aziende della regione. Il focus coinvolge tutti i settori descritti. Il risultato ottenuto è una mappa delle criticità del sistema produttivo catalano. Il 68% degli intervistati, per esempio, considera la legislazione del lavoro migliorabile. Variabile critica che gli indici di performance dei paesi misurano abitualmente; ebbene pensate che nell’indice della libertà economica (IEF) 2011, la Spagna, su una scala da 0 a 100, totalizza un punteggio di 53; l’Italia, invece, si attesta a 44,4. Tra le “urgenze catalane” la ricerca individua anche l’infrastruttura energetica, il regime fiscale (ritenuto migliorabile dal 52 % degli intervistati), il sistema finanziario (ben il 64% auspica innovazioni), il sistema educativo (il 61% dei manager lo considera migliorabile), infine il mercato del lavoro. L’indagine ha poi evidenziato come il 52% reputi suscettibile di migliorie la produttività aziendale. Complessivamente, non c’è variabile tra quelle elencate, interne ed esterne, che non siano percepite strategiche per la competitività d’impresa. La conclusione individua alcune tesi, verificate proprio dall’indagine: la Catalunya era e resta un paese a vocazione industriale; è tuttora una regione competitiva a livello internazionale, impegnata a migliorare le proprie prestazioni. Perché ciò si realizzi è necessario potenziare la produttività, investire sul capitale umano, potenziare gli sforzi sul fronte della ricerca e dello sviluppo.