L’India e la globalizzazione, tra aumento della competitività e squilibri sociali

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Le riforme neoliberiste degli anni Novanta hanno lanciato il Paese tra i big mondiali della competizione sui mercati. Ma il divario tra Pil aggregato e Pil pro capite tiene ancora lontana l’India dagli standard di vita occidentali

Nel corso degli anni Novanta, l’India ha vantato una crescita media annua pari al 6%, ulteriormente consolidatasi con l’inizio del nuovo millennio.

Dal 2000 al 2008 il tasso di crescita del prodotto interno lordo si è attestato intorno al 7,2%, con una leggera flessione nel corso del biennio successivo. L’India rientra dunque nel novero delle nazioni che hanno continuato a crescere in modo non indifferente anche a fronte della crisi globale. Dovremmo dunque guardare con entusiasmo a tale parabola?

Il dibattito su questo punto è acceso. Per meglio comprendere la natura della crescita indiana è necessario guardare più da vicino alla sua composizione. In altre parole, occorre ripercorrere le trasformazioni che si sono date nel corso dell’ultimo ventennio nell’universo rurale indiano, in quello industriale e in quello dei servizi. Tale analisi permette di rispondere a un’ulteriore domanda: come vengono distribuiti i benefici della crescita all’interno della società indiana?

Il miracolo indiano ha una natura inclusiva per la maggioranza della popolazione del subcontinente?

Due brevi premesse sono opportune, prima di procedere. La prima riguarda la svolta compiuta dall’India nel 1991. L’avvio, in quella data, del processo di riforma neoliberista dell’economia ha costituito un mutamento paradigmatico. Il precedente progetto di crescita capitalistica, avviato all’indomani dell’Indipendenza e fondato sul riconoscimento dell’importanza dell’intervento statale sia nel sostenere la crescita, sia nel favorirne la redistribuzione dei benefici (ciò che si suole definire ‘stato sviluppista’), ha lasciato spazio a un impianto di segno profondamente diverso. Le nuove linee guida in materia di politica economica hanno infatti chiamato lo stato a ritirarsi, riconoscendo fondamentalmente l’importanza del ruolo del libero mercato nei processi di sviluppo.

Tuttavia, ed ecco la seconda premessa, delineare i tratti essenziali della natura della crescita sperimentata dall’Unione Indiana nell’ultimo ventennio, con attenzione al suo impatto sociale, ci permette di riflettere sull’interazione fra due importanti dimensioni della globalizzazione: la sua portata progettuale, e il suo dispiegarsi in quanto processo sociale, caratterizzato, fra l’altro, da contraddizioni e conflittualità.

 

Agricoltura

 

Nel momento in cui si guarda alla traiettoria di crescita nei tre principali settori dell’economia, un primo dato cui ci si trova di fronte è la tendenza al rallentamento del tasso di produttività dell’agricoltura, sfociata in quella che è ormai riconosciuta come una condizione di crisi.

Nel primo quindicennio successivo alle riforme (1990-93/2003- 06), infatti, il tasso di crescita medio annuo dell’agricoltura si è attestato intorno all’1,7%, contro una crescita superiore al 3% nel corso degli anni Ottanta. Se si guarda poi al decennio 1994-95/2004-05, la crescita media annua del settore è stata appena pari allo 0,6%.

Particolarmente marcato è stato il declino nel tasso di crescita della produzione dei cereali; la resa di questi raccolti, nell’era delle riforme, si è ridotta infatti a quasi un terzo rispetto ai traguardi degli anni Ottanta.

Tale situazione deriva, almeno in parte, da un effettivo incremento della produzione dei raccolti destinati all’esportazione, all’interno di un quadro generale in cui vi è stata contrazione delle aree destinate alla produzione agricola. Per valutare la gravità del fenomeno, è importante ricordare che, ad oggi, il settore agricolo, pur contribuendo al prodotto interno lordo per poco più di un quinto, continua a impiegare ben il 56% della popolazione.

Che cosa è accaduto, dunque, nel corso dell’ultimo ventennio nel mondo rurale indiano? In termini generali, ciò a cui si è assistito è un incremento del costo dei fattori produttivi in agricoltura. Ciò è da porsi in relazione al progressivo ritiro dello stato dalla sfera pubblica in almeno due ambiti: gli investimenti – in specie per quanto riguarda la spesa per l’irrigazione, i sussidi sui fertilizzanti, e la più generale spesa per i programmi di sviluppo rurale – e la finanza – in specie per quanto riguarda l’avvio di politiche di liberalizzazione e deregolamentazione del settore bancario.

Per quanto riguarda la sfera finanziaria, in particolare, è importante ricordare che il progressivo venir meno del ruolo sociale delle banche ha avuto implicazioni considerevoli nel settore rurale.

L’allentamento della normativa che in passato vincolava le banche a considerare prioritari gli investimenti in agricoltura si è in effetti tradotto in un progressivo declino del flusso di credito per le attività agricole, data l’entità del rischio ravvisato in questi investimenti dalle stesse istituzioni finanziarie. È stato dimostrato come, a fronte di tale situazione, ampi strati di fasce medio-basse di coltivatori non abbiano avuto come alternativa che il ricorso sempre più assiduo al credito a usura.

Pur a fronte della generale situazione di crisi, tuttavia, vi sono certamente state componenti sociali che hanno tratto notevole vantaggio dal nuovo orientamento neoliberista: in primis, gli strati di capitalisti agrari in grado di competere sul mercato internazionale, che hanno visto ampliarsi i profitti derivanti dalle coltivazioni destinate all’esportazione.

Lo scenario rurale, però, è stato anche caratterizzato dall’aumento della proporzione di lavoratori senza terra (ad oggi oltre il 40% delle unità familiari rurali) e di coltivatori piccoli e marginali (oltre l’80% dei coltivatori).

 

Industria

 

Quali dinamiche si sono invece dispiegate nel settore industriale?

A differenza dell’agricoltura, il settore industriale non ha registrato prolungate condizioni di crisi nell’ultimo ventennio. D’altra parte, le politiche di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione del settore hanno avuto esiti complessi; nel complesso, il tasso positivo di crescita media annua registrato nel periodo successivo alla liberalizzazione si è attestato su una media del 7%, non lontana dagli obiettivi conseguiti negli anni Ottanta.

Con l’incedere della crisi globale, a una flessione nel 2008, si è sostituita una nuova fase ascendente nel 2009. In effetti, già a partire dal 2000 la performance del settore industriale è stata caratterizzata dall’avvicendarsi di periodi di crisi e di ripresa. È interessante notare, poi, come la percentuale di popolazione attiva impiegata nell’industria sia soltanto leggermente variata (passando da poco più dell’11% nei primi anni Ottanta, al 16% del periodo 2004-05).

Appare dunque chiaro che, ad oggi, non si è assistito al consolidarsi di traiettorie di crescita e di impiego decisamente più robuste rispetto a quelle registrate negli anni Ottanta. Significativa è la differenziazione che ha preso corpo nell’ultimo ventennio nell’universo del capitalismo indiano.

A ben guardare, la grande industria è stata capace di trarre notevole vantaggio dal processo di deregolamentazione e privatizzazione dell’economia: essa ha potuto ampliare la propria produzione in settori prima riservati alla piccola/media industria o allo stato, traendo al contempo importanti benefici anche dalla più agile interazione con il capitale straniero.

D’altra parte, i piccoli produttori hanno invece mediamente incontrato maggiori difficoltà nel competere con la grande industria in settori che prima erano loro riservati, nonché nuovi ostacoli legati al ridursi delle opportunità di credito agevolato. Se si pensa che, tradizionalmente, la piccola/media industria si è rivelata in grado di assorbire più lavoro rispetto alla grande industria, si capiranno anche le preoccupazioni oggi espresse da molti studiosi riguardo alla crisi di questo settore.

 

Servizi

 

Visti gli andamenti dei due settori menzionati, non sorprenderà che la crescita indiana sia trainata da quello dei servizi. Esso è passato da una percentuale di crescita media annua di poco superiore al 7% negli anni Ottanta, a oltre l’8% nel decennio successivo, superando poi il 10% dal 2000.

Ad oggi tale settore concorre alla formazione di oltre il 50% del prodotto interno lordo e impiega quasi il 30% della popolazione attiva .

In effetti, il terziario è un universo piuttosto eterogeneo, in cui convivono attività caratterizzate da livelli di dinamismo anche profondamente diversi. Nell’ambito del settore, a un estremo troviamo le attività ad alta intensità di conoscenza, la cui crescita mirabile – trainata dalla domanda del mercato internazionale – costituisce forse l’aspetto più noto del processo di globalizzazione in India.

È altresì facile immaginare che le importanti opportunità di impiego generate da questo segmento dei servizi interessino quella parte della popolazione che può vantare livelli di istruzione elevata, all’interno di un paese in cui il tasso di analfabetismo sfiora a tutt’oggi il 40%. L’universo dei servizi è poi composto da attività quali commercio e ristorazione, il cui dinamismo, nell’ultimo ventennio, non ha conosciuto variazioni significative. All’altro estremo del mondo del terziario, troviamo poi un vasto insieme di attività a bassa produttività (piccolo commercio, attività familiari legate al settore dei trasporti, in altre parole varie forme di auto-impiego), ad alta intensità di lavoro e del tutto informali. Si tratta certamente di un segmento del settore posto ai margini dello scenario socioeconomico indiano, ma decisamente non marginale, poiché include complessivamente circa il 50% delle attività dei servizi.

La forte incidenza di quest’ultimo tipo di attività è da porsi in relazione con la difficoltà di generare diverse, e migliori, opportunità di impiego per la crescente manodopera espulsa dal processo produttivo nelle campagne, o spinta ai suoi margini. In questo senso, la traiettoria di crescita indiana, pur caratterizzata da elementi di importante dinamismo, rivela tuttavia una tendenza preoccupante. È stato fatto notare come in effetti, a differenza della Cina o di altri paesi dell’Est e Sud-est asiatico, la struttura economica dell’India sia assimilabile a quella tipica dei paesi a basso reddito, in cui il problema dell’impiego di una forza lavoro agricola colpita da allarmanti livelli di sottoccupazione rimane a tutt’oggi irrisolto.

Ciò non significa negare che l’attuale traiettoria di crescita stia generando importanti opportunità per alcune fasce della popolazione; tuttavia, appare chiaro che i benefici della crescita sono lontani dal toccare i bisogni dei più. Certamente tale quadro diviene ben più articolato quando si prenda in considerazione la mappa delle differenze territoriali all’interno dell’Unione. Ci proponiamo di farlo nel prossimo numero.