2011 di ripresa per il private equity in Italia?

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Dai dati del primo trimestre dell’anno raccolti dal Private Equity Monitor Index dell’Università Carlo Cattaneo emergono segnali di un redivivo interesse degli investitori internazionali per le nostre imprese. In ascesa l’appeal del terziario

Si attesta su un valore di 150 punti, in calo del 36% rispetto ai 233 del trimestre precedente ma in crescita di oltre il 60% rispetto ai 92 punti registrati nello stesso periodo del 2010, il primo Private Equity Monitor Index del 2011, l’indice relativo all’andamento delle attività di private equity in Italia stilato trimestralmente dall’Osservatorio Pem dell’Università Carlo Cattaneo di Castellanza.

Dai dati raccolti emergono segnali incoraggianti circa una prossima ripresa del mercato del venture capital dopo l’annus horribilis del 2009, quando i gestori dei fondi si sono trovati alle prese con i riflessi della crisi prima finanziaria e poi economica.

Nel 2010, in particolare, sono state 68 le operazioni di investimento realizzate nel Bel Paese, pari a un incremento di circa il 33% rispetto ai 51 deals posti in essere nel 2009, sebbene da tale cifra vadano escluse le start up, le operazioni di follow on e gli investimenti realizzati da operatori pubblici.

Per quanto riguarda i trend di crescita, l’elemento di traino principale è stat o rappresentato dal ritorno delle operazioni di grandi dimensioni, come l’acquisizione di Findus da parte di Permira, l’acquisizione di Rete Rinnovabile da parte di Terra Firma Capital Partners e l’acquisto di TeamSystem da parte di Hg Capital.

I buy out, invece, recuperano parte della quota di mercato persa nel 2009, passando dalla percentuale del 43% a quella del 50%, con un maggiore ricorso all’indebitamento da parte dei player a fronte di un’apertura al credito del sistema bancario.

Stabili, al 36%, le operazioni di expansion; a seguire gli interventi di turnaround e di replacement, che hanno entrambi assorbito il 7% circa del mercato. Dall’analisi dettagliata dei settori di intervento emerge, poi, un parziale allontanamento degli investitori dai target classici della produzione industriale italiana, il manifatturiero e la meccanica strumentale, a favore delle attività incluse nel terziario.

D’altro canto, riguardo al parametro della dimensione media delle società target è confermata la tendenza a investire in imprese con un fatturato medio attorno ai 30 milioni di euro, a discapito delle categorie che viaggiano tra i 60 e i 100 milioni di euro.

Infine, il livello medio del grado di leva (debito/equity) utilizzato per porre in essere gli investimenti è risultato pari a 1,3, rispetto al valore di 1,0 totalizzato nel 2009. In termini assoluti, il valore mediano del debito utilizzato nelle operazioni è aumentato di oltre il 50%, sfiorando la soglia dei 25 milioni di euro.