Il Pil italiano soffre dei mancati investimenti nella protezione dell’ambiente

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Nel nostro paese si tende a intervenire soprattutto a emergenza in atto

Ognuno di noi attua dei comportamenti che hanno conseguenze sull’ambiente, ad esempio quando utilizziamo energia per riscaldare o cucinare, combustibili per spostarci e viaggiare, quando generiamo rifiuti o consumiamo risorse (come l’acqua). Ovviamente anche le attività economiche hanno degli impatti ambientali più o meno rilevanti: l’energia che alimenta le nostre industrie e i nostri uffici deriva principalmente dall’utilizzo di materie prime, così come a conclusione dei cicli produttivi restano rifiuti industriali da smaltire.

Le attività economiche umane, oltre a contribuire ad aumentare il nostro benessere, determinano quindi effetti dannosi per l’ambiente (le cosiddette esternalità negative), che il Pil (prodotto interno lordo) non prende in considerazione, come spiegò Robert Kennedy già nel 1968 in un celebre discorso “Il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria,… l’abbattimento delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nel caotico inurbamento… Cresce con la produzione di napalm, e delle testate nucleari”.

Da questo passaggio sono scaturite critiche decennali al concetto stesso di Pil, tanto che istituti di ricerca e istituzioni ancora oggi si affannano a cercare di imporre un indicatore alternativo (che prenda in considerazione le tematiche della sostenibilità).

Quel che è certo è la relazione tra qualità ambientale e sviluppo economico è una questione complessa e non affrontabile con schematismi: più elevati livelli di Pil in genere si correlano infatti a un sovrautilizzo delle risorse ambientali, ma allo stesso tempo sono sintomo anche di una maggior capacità e possibilità di affrontare le problematiche ambientali. L’Italia, che sicuramente avrebbe questa possibilità essendo parte del ristretto club dei paesi industrializzati, non lesina investimenti in materia ambientale ma, molto probabilmente, spende questo denaro non al meglio: nel 2007, secondo l’Istat, in Italia si spendevano per finalità ambientali, in media, circa 265 euro per abitante, ma in realtà le spese nei settori ambientali sono molto variabili negli anni. Questo è dovuto in parte alle situazioni di emergenza cui le singole regioni devono annualmente far fronte con spese per interventi straordinari. Gli investimenti, insomma, arrivano soltanto a emergenza in atto.

 

Un consumo continuo di territorio

 

Un comportamento simile è riscontrabile anche nelle politiche dell’industria nazionale: sempre secondo l’Istat, nel 2008 la spesa complessiva per investimenti ambientali delle imprese dell’industria in senso stretto non era affatto trascurabile e risultava pari a 1.853 milioni di euro, circa 407 euro per addetto, mentre l’incidenza degli investimenti per la protezione dell’ambiente sul totale degli investimenti fissi lordi realizzati dalle imprese era del 3,8 per cento.

Ma come evidenzia l’Istituto nazionale di statistica, nel 2008 gli investimenti end-of-pipe (fine ciclo) hanno continuato a rappresentare la componente più rilevante degli investimenti per la protezione dell’ambiente, con un’incidenza del 79 per cento sul totale, a fronte di un 21 per cento relativo agli investimenti integrati, collegati all’utilizzo di tecnologie più avanzate. Le imprese industriali, insomma, realizzano prevalentemente investimenti atti a rimuovere l’inquinamento dopo che questo è stato prodotto, piuttosto che integrare i propri impianti con tecnologie più “pulite”. Ma il vero limite della sostenibilità del sistema Italia è rappresentato probabilmente dall’eccessivo consumo di territorio: secondo Legambiente nel nostro paese vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno.

È come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano. La stima più attendibile di superfici urbanizzate del nostro paese è di 2.350.000 ettari, un’estensione equivalente a quella di Puglia e Molise messe insieme, pari al 7,6% del territorio nazionale e a 415 metri quadri per abitante. In particolare negli ultimi 15 anni, il consumo di suolo è cresciuto in modo abnorme e incontrollato e la realtà fisica dell’Italia è sempre più caratterizzata da estese periferie diffuse, grappoli disordinati di sobborghi residenziali, blocchi commerciali connessi da arterie stradali. Eppure, nonostante questa attenzione al cemento, il nostro Pil pro capite nel 2009 è stato inferiore dell’8% rispetto a quello del 2007 e del 4% rispetto al 2000. Trascurare l’ambiente, insomma, non ha certo fatto bene al reddito nazionale.