Maghreb: la ricchezza non viene solo dal petrolio

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Libia, Egitto e Tunisia prima dello scoppio della crisi del 2009 hanno rappresentato fino al 18% delle esportazioni italiane nel Nord Africa. Un giro d’affari che ora è messo a repentaglio dall’incertezza politica della regione

Valutare gli impatti economici delle agitazioni e delle rivolte popolari in atto nel Maghreb islamico è un esercizio tanto arduo quanto prematuro. Lo è ancor di più cercare di prevedere quale sarà l’esito della proteste a livello politico e sociale: arriverà oppure o no la democrazia per i popoli arabi della regione? Nel frattempo, però, è possibile iniziare a pensare a una stima delle ripercussioni della “primavera araba” sul business delle nostre imprese, prendendo in esame, in particolare, la struttura delle relazioni commerciali con tre Paesi dell’area di cui l’Italia è, storicamente, partner strategico. Si tratta di Egitto, Libia e Tunisia, che, insieme, rappresentano circa l’8% del valore in euro delle esportazioni italiane nel Nord Africa e il cui ritmo delle importazioni, tra il 2006 e il 2008, secondo i dati forniti dalla rivista specializzata East, è cresciuto nell’ordine del 18%.

Analizzando più nel dettaglio le performance delle tre economie e dei loro rapporti con l’Italia, si può notare come le imprese nostrane specializzate nel manifatturiero, nel periodo di tempo considerato, abbiano visto crescere la loro quota in euro correnti di quasi tre punti percentuali in Egitto, di un punto e mezzo in Tunisia e di due punti in Libia, arrivando a rappresentare, rispettivamente, il 24%, l’11,6% e il 20,2% del totale delle imprese straniere presenti in loco. Molti forti, poi, anche il settore dell’elettromeccanica, dove le insegne nazionali sono operative per il 20% in Egitto e per il 25% in Libia e Tunisia, dovendosi però scontrare con la concorrenza della Germania e della Francia, e quello del tessile – abbigliamento, con cifre che si aggirano attorno al 10% in Egitto e Tunisia e sfiorano il 40% in Tunisia. A spiegare tale presenza degli imprenditori italiani sulla sponda Sud del Mediterraneo, infine, le operazioni di delocalizzazione delle aziende eseguite nel decennio passato, la cui sostenibilità, però, è ora messa in dubbio dall’incertezza circa i futuri assetti politici dei tre Paesi. I numeri che abbiamo citato, però, lasciano ben sperare per il prossimo futuro.