Innescare una crescita del Pil? Prima di tutto occorre ridurre la spesa pubblica

274

I politici italiani sono concordi sul fatto che senza crescita l’Italia avrà dei seri problemi, sia sul fronte del debito pubblico che su quello del consenso dei cittadini

Ma tutti, inclusi alcuni economisti, pensano che innescare la crescita non sia difficile; le parole d’ordine ufficiali sono meno burocrazia, semplificazione, lotta all’evasione fiscale, investimenti in infrastrutture.

 

A parte il fatto che in Italia gli obiettivi dichiarati sono sempre soltanto delle parole al vento, per innescare la crescita occorre rimuovere tutti i fattori che l’hanno impedita fino ad ora, e l’analisi deve esser corretta. I politici danno la colpa della non crescita a burocrazia, fisco e mancanza di investimenti che però non sono le cause vere; sarà comunque utile semplificare, togliere l’IRAP e far partire alcune opere pubbliche, ma tutto ciò non servirà ad innescare la crescita in quanto l’analisi delle relazioni causa-effetto è sbagliata.

 

Mettere al centro la produzione

Il vero colpevole della non crescita è la dimensione abnorme della spesa pubblica, diretta e indiretta, diretta a produrre “servizi”, che ormai assorbe le energie di un italiano su due. E’ una spesa essenzialmente improduttiva, e se non la si riduce trasferendo centinaia di migliaia di persone ai settori produttivi non c’è modo di innescare la crescita. Un cancelliere di tribunale o una guardia forestale non produce reddito; un operaio in un’azienda manifatturiera export-oriented e un operatore turistico producono beni e servizi che generano flussi di capitali positivi. Spostare persone da attività improduttive a produttive è una ricetta impopolare (perché le improduttive sono una maggioranza e sono esenti dalla vera competizione), ma le analisi e le cure del morbo di Baumol (economista americano che stigmatizzò i problemi della non crescita legati all’espansione abnorme dei settori a bassa produttività) devono esser corrette, non popolari. Alcuni economisti propongono, senza prima analizzarle vere cause della non crescita, di aumentare le opere pubbliche; tale ricetta “Keynesiana” ha funzionato nel lontano passato quando c’era da creare le infrastrutture per far crescere il paese (si pensi alle grandi dighe di produzione di energia elettrica nel Tennessee all’epoca di Roosevelt) e quando il peso della pubblica amministrazione nelle attività economiche era marginale. Oggi è impossibile dimostrare che realizzare il ponte sullo stretto di Messina porti a far crescere l’occupazione produttiva in Sicilia; inoltre seguire il consiglio di alcuni economisti che propongono di ridurre il debito pubblico (ovviamente con una patrimoniale) prima di ridurre la spesa pubblica sarebbe controproducente e diseducativo. L’Italia non cresce da 15 anni; è un fatto, anche se molti italiani pensano che una crescita, magari piccola, ci sia stata; forse non guardano le statistiche, forse guardano troppa televisione, forse pensano in termini di prezzi correnti, senza tener conto dell’inflazione di periodo. La realtà è che in 15 anni la crescita media del PIL in termini reali è stata dello 0,5% all’anno, e solo gli ottimisti ed i dipendenti pubblici usano la parola crescita, questi ultimi a ragione perché i loro compensi sono cresciuti più di quelli degli altri dipendenti. Se l’Italia non cresceva 15 anni fa, quando il debito pubblico era significativamente minore di quello odierno (40% in meno), e invece tutta l’Europa cresceva trainando le produzioni del nord Italia, per quale motivo dovrebbe mai iniziare a crescere oggi, quando il contesto economico è più difficile? Probabilmente l’Italia potrebbe crescere, almeno apparentemente, solo aumentando il debito pubblico, dopo averlo precedentemente ridotto con una patrimoniale, per finanziare poi ulteriori aumenti della spesa per dipendenti pubblici, sanità e pensioni e quindi aumentare nuovamente il debito pubblico. E’ uno strano modo di contabilizzare il PIL quello che permette di considerare gli aumenti di spesa degli individui, che derivano da debiti contratti dallo stato, come effetti positivi sul PIL stesso; in realtà, le famiglie che spendono di più contraendo prestiti non sono più ricche, sono solo irresponsabili. Ridurre il debito pubblico tassando le rendite, o con una patrimoniale o con altre imposte dirette o indirette, è inoltre assolutamente diseducativo; l’effetto pratico sarebbe di permettere a Comuni, Province e Regioni e a tutte le branchie dello Stato di continuare con l’attuale battaglia per farsi dare più soldi, dallo Stato o dai cittadini, dicendo che altrimenti si riducono i servizi essenziali; e con un debito pubblico ridotto sarebbe facile tornare ad allargare i cordoni della borsa, continuando a spendere in attività improduttive.

 

Ridurre costi e sprechi

Invece, la strada maestra sarebbe quella di ridurre, prioritariamente e in modo stabile, i costi del settore pubblico senza ridurre i servizi, il che è molto facile se solo lo si volesse. Non c’è attività, pubblica o privata, non c’è procedura e non c’è organizzazione che sottoposta ad un’analisi seria e professionale non possa costare un 20% di meno, senza significativi impatti sul livello di servizio. Le aziende private che sono riuscite a rimanere sul mercato hanno imparato, anno dopo anno, ad avere sempre un miglioramento di produttività di almeno 2% all’anno. Il settore pubblico, dalla giustizia agli ospedali, dagli uffici comunali alla scuola, non ha mai dovuto sottostare alla disciplina della riduzioni costi ed ha sempre utilizzato il ricatto di ridurre i servizi se non veniva concesso di aumentare i costi. Non c’è sindaco o provveditore, non c’è responsabile di ASL o direttore generale di ministero che abbia un effettivo incentivo a ridurre i costi e nella maggior parte dei casi non ha nemmeno le competenze per farlo. Da La Scala a Pompei, dai cancellieri dei tribunali ai medici ospedalieri, si conclama un rapporto diretto fra numero di occupati o soldi spesi e servizi resi; un falso ideologico e pratico.

 

Puntare sull’efficienza

La via dell’efficienza, impervia ma virtuosa, non viene mai considerata. E’ come per l’Alitalia; e c’è voluto il fallimento per dimostrare che si poteva volare costando meno, peraltro continuando a perdere. Per non dover faticare ad esser efficienti la via più facile è quella di fomentare scioperi, lamentele, ricatti morali e pratici e di ingegnarsi nel far pensare ai cittadini che l’aumento della spesa pubblica sia un bene. Mai una volta che ci sia un ministro, un governatore o un sindaco che si impegni a ridurre i costi in modo significativo e dimostri di farlo veramente. Ogniqualvolta si fa un’analisi del funzionamento di molte unità organizzative pubbliche, per esempio unità sanitarie, si trovano enormi differenze fra la più efficiente e la più inefficiente; la stessa cosa accade anche nel settore privato. Inoltre, anche l’unità più efficiente può offrire le stesse prestazioni a costi minori se si attrezza con una maggior informatizzazione, maggiori incentivi virtuosi, esteso ricorso all’outsourcing, utilizzo di personale meno costoso al posto di quello più costoso e altri meccanismi provati di riduzione dei costi. Di questi fatti e concetti non si tiene mai conto: invece di privilegiare la concorrenza fra privati e pubblici nell’offrire gli stessi servizi, si privilegia il pubblico, normalmente meno efficiente; invece di chiedere alle unità inefficienti di funzionare come le altre, gli si permette di continuare a sperperare il denaro proveniente dai contribuenti o dal disavanzo del bilancio dello stato (cioè maggiori debiti pubblici). L’inefficienza diffusa è molto più negativa degli sperperi della pubblica amministrazione, tante volte dimostrati negli scritti di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. C’è un’illusione diffusa che intanto paga qualcun altro: al sud chi paga sono i trasferimenti di introiti fiscali dal nord, in tutta Italia non sono le tasse di oggi ma l’aumento del debito pubblico (cioè le tasse di domani o quelle che pagheranno i figli). I responsabili delle unità organizzative (sindaci in testa) non sono dalla parte del contribuente e non sembra che siano stati messi lì per dare gli stessi servizi a costi inferiori; sembra invece che siano stati messi lì per aumentare i costi, chiamandoli servizi. Ovviamente ridurre i costi vuol dire ridurre il personale, e ciò non è un’attività che genera consensi da parte dei dipendenti i quali devono lavorare in modo più efficiente, esser ridotti in numero, avere stipendi contenuti; non genera consensi nemmeno da parte della miriade di fornitori esterni alla pubblica amministrazione e che vivono su quella. Se vogliamo che l’Italia incominci a crescere (si badi bene, non “ritorni” a crescere, perché ormai ci siamo dimenticati gli anni precedenti al 1990) occorre spostare centinaia di migliaia di persone dalle attività improduttive del settore pubblico a quelle più produttive del settore privato, orientando l’aumento dell’occupazione ad attività che permettono di esportare beni e servizi o ridurre l’importazione; fintantoché ci sarà la scappatoia di aumentare la tassazione o pagare stipendi con un aumento del debito pubblico tale spostamento non avverrà.

 

Puntare su una vera politica economica

Una volta compresso in modo stabile il costo della pubblica amministrazione ed innescato un meccanismo di continua riduzione dei costi, del tipo -2% ogni anno, allora si può pensare di effettuare con una patrimoniale una riduzione una tantum dello stock di debito pubblico, e, all’interno di un obbligo di pareggio del bilancio, spostare progressivamente la spesa pubblica da attività improduttive a investimenti. Purtroppo è facile immaginare come si cercherà di aggirare i vincoli interpretando come investimento anche la sovvenzione ai forestali della Calabria, ma magari un governo che fosse davvero riuscito a ridurre la spesa pubblica dovrebbe esser capace di fare investimenti che effettivamente contribuiscano ad aumentare la produttività; naturalmente per crescere davvero in termini di occupazione ci vorranno tante altre rivoluzioni, dallo statuto dei lavoratori all’abolizione della tassa sull’occupazione (IRAP), ma il primo passo è la riduzione della spesa pubblica improduttiva (cioè quasi tutta). A questo punto, dato che tutti i politici tranne il Ministro dell’Economia sembrano esser favorevoli a spendere di più, bisognerebbe davvero passare ai cittadini la responsabilità di decidere; il federalismo fiscale potrebbe essere la chiave di volta, se prima di aumentare le imposte locali, come molti sindaci oggi pretendono, gli elettori venissero chiamati a pronunciarsi se preferiscono avere i cosiddetti maggiori servizi o minori imposte. Si accettano scommesse sull’esito del voto.