Diamo una scossa all’Europa

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La crisi del debito non è un problema dei singoli stati, ma il sintomo che l’intero sistema è arrivato a una contraddizione insanabile. Schemi e concetti precedenti alla globalizzazione non bastano più: la scelta è tra una soluzione collettiva o una rovina generale.

L’ultimo album della regina del punk britannico P.J. Harvey, Let England Shake, sta raccogliendo il plauso della critica. L’ultima opera del “più pericoloso pensatore dei giorni nostri”, il filosofo marxista sloveno Slavoj Zizek, si intitola Vivere alla fine del tempi (Ponte alle grazie 2011). Sia il libro che l’album sono stati pubblicati in un momento in cui a vacillare non è soltanto il mondo della finanza. Le organizzazioni politiche nazionali – e in fondo anche quelle soprannazionali, come l’Ue e l’Fmi – barcollano.

Le grandi certezze si stanno sgretolando. Metteteci pure lo scompiglio nel mondo arabo e il quadro è completo. L’aspetto che più sorprende è che gli esperti e le élite della società brancolano nel buio. È evidente che stiamo lottando contro un demone di cui non conosciamo nemmeno il nome, e non abbiamo idea di cosa fare per sconfiggerlo. Il mondo, in poche parole, è in preda a un terremoto, e non ci sono segni che lasciano sperare in una fine delle scosse a beve termine. Come già accaduto con la crisi finanziaria, nessun esperto è stato in grado di prevedere le rivoluzioni arabe. Ancora oggi leggiamo articoli accademici che ripetono allo sfinimento la stessa imbarazzante domanda: come abbiamo fatto a essere così ciechi? L’unica cosa che sappiamo è che non abbiamo idea di quando tutto questo finirà. Il mondo non sta finendo (come ci avevano detto che sarebbe accaduto in questo mese), ma il sistema per come lo conosciamo sì.

Anche se Tomáš Halík [prete cattolico ceco, intellettuale e sociologo] ci ricorda che ciò che non trema non è solido, il quesito di fondo rimane: quanto sono stabili le nostre radici? Quanto è resistente il nostro sistema? E quanti e quali colpi è in grado di sopportare prima di crollare? Le scosse di lieve entità vanno bene, perché rappresentano una fase salutare della vita di qualsiasi sistema. Ma in pochi si azzarderebbero a definire scosse minori quelle dell’ultimo periodo. Il sisma, o piuttosto l’implosione inflazionistica, può essere notato in modo chiaro anche nella filosofia e nelle scienze sociali. Personalmente mi sembra che la filosofia si sia messa i bastoni tra le ruote da sola con la sua tardiva decostruzione postmoderna, che ha finito col decostruire sé stessa. Il filosofo è ormai talmente separato dalla vita reale e risucchiato in una realtà alternativa (modellata) che spesso non ha niente di costruttivo da dire a proposito di quello che accade. Quando serve una risposta alle grandi domande, è difficile trovarle se i custodi della conoscenza abbandonano i politici a loro stessi.

 

Un piano B e un piano C

 

Il problema fondamentale è dare un nome al sistema attuale. Il concetto di debito nazionale sta vacillando, perché ormai abbiamo capito che il debito della Grecia non è soltanto il debito della Grecia.

Quando le scosse hanno colpito l’Europa quello stesso debito è diventato il debito dei tedeschi, dei francesi e di tutti noi. E tutti noi lo abbiamo garantito. In definitiva anche i prestiti concessi dalle istituzioni di credito degli stati sovrani sono in realtà implicitamente garantiti da tutti gli altri stati. Abbiamo un concetto di bancarotta che è esso stesso in stato di fallimento. Il tutto in un contesto in cui la bancarotta è sostanzialmente impensabile, perché ammetterla avrebbe effetti secondari devastanti su tutti. Ciò che una volta era separato (come Europa e Cina) è ormai legato a doppio filo, quasi indissolubilmente. Paesi lontani tra loro sono diventati vicini di casa grazie alla globalizzazione, che ha portato i suoi celebrati vantaggi ma anche i suoi inconvenienti: se uno affonda, affondiamo tutti. Niente di simile è mai successo prima nella storia. Il risultato è che il nostro sistema di responsabilità condivisa e i nostri meccanismi di tutela sono obsoleti e devono essere cambiati. Come? Questo è il problema. A questo punto o l’Europa si unisce e comincia a lottare come un’unica entità – stati o non stati, debito o non debito – oppure il mondo stacca la spina e fa un passo indietro dalla globalizzazione. L’attuale situazione, in cui uno stato accumula debiti ma si sottrae alle proprie responsabilità, è insostenibile. Finora siamo stati fortunati, perché le economie che stanno andando in bancarotta sono piccole. Ma in futuro probabilmente la situazione cambierà. Per questo converrebbe farsi furbi e mettere a punto un sistema federale di emergenza, un piano B e un piano C. Ma temo che i nostri politici non abbiano la minima idea di come farlo. Quando arriverà il momento, e non ci sarà più tempo per rimediare, sono curioso di vedere che aspetto avrà la disfatta

 

Articolo tratto da PressEurop. Tomas Sedlacek è analista macroeconomico della bance Csob e membro del Nerv, il consiglio economico del governo ceco