Alla ricerca del punto d’incontro

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Convergenze parallele o convergenze reali tra tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni

A Lione è ormai in fase di completamento un quartiere che sta trasformando il volto della città, in cui conviveranno settori amministrativi, culturali, commerciali, sportivi e residenziali. Per tutti, in città, è da tempo noto come “La Confluence” evocativo dell’atto del convergere, del confluire, dell’essere punto di incontro di realtà diverse. Perché questo preambolo? Perché la storia delle nostre città, è la traduzione tangibile del concetto di convergenza, ben più delle eteree nuvole del Cloud computing o delle piattaforme in cui tecnologie delle informazioni e delle telecomunicazioni si incontrano per realizzare servizi integrati. Cambiano gli strumenti, com’è ovvio che sia, ma non i principi primi a cui essi si ispirano. E la convergenza tra It e Tlc, al netto delle opportunità di business e dei cambiamenti che porta alle imprese, è destinata a influire sempre più sulla vita delle persone, mettendo le informazioni e i servizi a disposizione di tutti, su qualsiasi dispositivo e in ogni luogo.

Dalla frammentazione alla convergenza
Ricordate l’Agenda di Lisbona per l’Europa Digitale, concepita quando ancora l’Europa sognava orizzonti di crescita senza fine? Alla prima versione seguì nel 2006 il piano “i2010” che individuava le politiche europee per gli anni 2007 – 2013 in tema di società dell’informazione. Delineato dal Consiglio Europeo nella primavera del 2005, quel documento individuava gli orientamenti di massima per promuovere un’economia aperta, competitiva, con le Ict centrali rispetto allo sviluppo della qualità della vita. Gli stessi concetti sono ora parte integrante della Strategia Europa 2020, che tra le priorità di crescita ha inserito lo sviluppo di conoscenza, innovazione, competizione, coesione sociale, occupazione e politiche per l’ambiente. Europa 2020, però, fa di più; riconosce la centralità delle Pmi (con lo Small Business Act), orientando i settori di intervento dello stato verso la semplificazione amministrativa, l’accesso al credito, la mobilità per i giovani e l’innovazione attraverso le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
I tempi duri che stiamo attraversando rendono (almeno a casa nostra) l’argomento meno “a la page”, eppure dall’uso proattivo delle tecnologie delle informazioni e delle telecomunicazioni potrebbero passare importanti ridimensionamenti della spesa pubblica e sostanziali approcci alla semplificazione. La convergenza digitale, in quel documento, diventa uno strumento per l’inclusione e il miglioramento dei servizi pubblici e della qualità della vita, con la costruzione di uno spazio unico dell’informazione. I due concetti chiave sono proprio “Spazio unico” e “inclusione”: in un caso come nell’altro, la traduzione di queste categorie in tecnologia significa condivisione di pratiche, interoperabilità dei sistemi, convergenza delle tecnologie. Gli elementi cardine diventano così l’interoperabilità e gli standard, a cui si associa la compliance per la gestione della complessità evolutiva dei sistemi, con un occhio rivolto alle pratiche già adottate oltreoceano (CoBit e Itil, per citare le più note).
Per agire in uno spazio complesso, pluridimensionale e da qualche anno particolarmente volatile come quello attuale ci vuole una metodologia che sappia mappare, incrociare e misurare obiettivi di business e obiettivi It, in maniera sinottica. Negli Usa, per esempio, questo insieme di pratiche è noto come CobiT (Control Objectives for Informatin and Related Technology), modello creato per gli auditor e i senior manager. Qualunque sia la metodologia scelta, l’interoperabilità permette alle specificità di comunicare tra loro, di migrare da una piattaforma all’altra conservando le proprie caratteristiche per realizzare insieme prodotti e servizi. Tutto questo grazie anche all’adozione di standard che permettono la condivisione di pratiche e metodi.


Convergere, senza omologarsi
La convergenza delle tecnologie oggi si traduce nell’offerta di una piattaforma comune di incontro e confronto, che rispetta le diversità, senza omologazione alcuna. C’è un detto lombardo che ci ricorda che per fare ordine si deve fare disordine; applicato alle tecnologie digitali contemporanee significa, per esempio, avere a disposizione una pluralità di comunità virtuali in competizione tra loro e proprio per questo capaci di innovazione. Il vantaggio competitivo non è più solo il frutto di una tecnologia diversa e più aggiornata ma il risultato di un modo diverso di fruirne, legato al vissuto di ogni singolo utente che ne diventa protagonista e artefice. La convergenza delle tecnologie, delle applicazioni, delle procedure, delle diverse culture dà luogo a un rinnovato spazio tecnologico (il Cloud?), sempre più anisotropo, capace cioè di variare le proprietà in funzione del mutare degli eventi, in cui il software è concepito come servizio, per adattarsi alle trasformazioni del contesto. Ho richiamato poco fa la Strategia Europa 2020; il focus sulle Pmi, almeno a livello europeo, porta con sé il concetto di Valutazione d’impatto e il Test Pmi, la cui introduzione fu chiesta nel 2010 anche a Roma dalle cinque confederazioni delle Pmi italiane. Oggi le imprese bruciano un punto di Pil solo per gestire le pratiche burocratiche. Proprio per evitare che nuovi costi si abbattano sulle Pmi, le confederazioni proposero che ogni provvedimento, prima di essere approvato dal Governo, fosse sottoposto alla prova dell’invarianza dei costi per l’impresa (ovvero che non determini alcun costo aggiuntivo). Immaginate che il principio dell’invarianza diventi parte degli sforzi di convergenza delle tecnologie; significherebbe mutuare il principio della Valutazione di Impatto alle piattaforme proposte, per trasformare in indici e numeri i vantaggi (o gli svantaggi) delle scelte tecnologiche. Impossibile? Non è affatto detto, soprattutto se la convergenza è il portato di leggi che inducono le aziende ad adeguare i propri sistemi informativi.