L’anno che verrà

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Abbiamo chiesto a Daniele Munari, Vice Presidente di Capgemini Italia, di tracciare un quadro dell’It dal punto di vista di uno dei più grandi system integrator che operano nel nostro Paese.

Nel 2012 aziende italiane si confrontano con una crisi arrivata al culmine, con una stretta nell’accesso al credito ad opera di banche sempre più in affanno e con l’annoso problema dei ritardi nei pagamenti, particolarmente sentito in Italia.
Ma non ci sono solo elementi preoccupanti. L’eliminazione degli sprechi e la selezione naturale potrebbero essere il preludio a una nuova fase di crescita fondata su basi più solide di quelle che hanno retto il mercato negli ultimi anni, mentre il rinnovo delle soluzioni It può rappresentare per molte aziende il punto di partenza per ristrutturazioni improntate a una maggiore efficienza e a importanti risparmi anche a breve termine.
Per delineare i contorni della situazione italiana abbiamo chiesto aiuto a Daniele Munari, Vice Presidente di Capgemini Italia, che con i mali e le opportunità del mercato nostrano dell’It si confronta da molto tempo.

 

Capgemini è un gruppo molto importante a livello internazionale, ma qual’é la sua dimensione nel nostro Paese, anche a confronto con le altre country, e quali sono le prospettive per i prossimi anni?

Le recenti acquisizioni ci hanno portato a superare ampiamente in Italia le duemila persone, e questo Paese resta una delle grandi economie del mondo, ma è un fatto che da noi Capgemini non ha avuto vita facile.
La società aveva fatto già acquisizioni in Italia negli anni ’90, poi tutte le country sono state interessate da un progetto mondiale di fusione con la parte consulting di Ernst & Young. É stata un’operazione molto grossa, i due gruppi avevano dimensioni simili, 30 mila e 20 mila persone, ed è stata fatta in condizioni difficili, vitto che il 2000 è stato anche l’anno dello scoppio della bolla speculativa della new economy.
Anche per questo, in Italia in particolare, il percorso di Capgemini è stato molto travagliato per una serie di spin-off ostili che abbiamo subito soprattutto dal ramo Ernst & Young.
Il segnale del cambiamento avvenuto e del rinnovato rapporto di fiducia con la casa madre è stato proprio la disponibilità a finanziare un’operazione di crescita non organica, ovvero una nuova acquisizione (quella di Aive Group, avvenuta a settembre del 2011 – ndr). Di queste operazioni se ne stanno facendo molte in giro per il mondo, ma generalmente si svolgono in paesi emergenti. Capgemini ha invece portato avanti anche investimenti in Europa per ottenere know-how su nuove aree. In Italia l’acquisizione di Aive ci ha oltretutto consentito di raggiungere una posizione importante in un mercato dove Capgemini era rimasta tutto sommato relativamente piccolina. Del resto se in Francia con circa 18 mila persone e in Olanda con 10 mila siamo il numero uno, in Italia c’è ancora margine per crescere. In Spagna e Inghilterra, dove non siamo leader, abbiamo comunque una presenza importante. Non siamo invece presenti in Russia, non per un problema di instabilità politica ma perché si dice che ci sia molta corruzione.

 

Questo però è un problema che non è sconosciuto anche in Italia.

In realtà in Italia la situazione è diversa e ci sono molti settori in cui ci si può muovere seguendo le normali regole di mercato. Come gruppo siamo molto attenti a queste cose, ossessivamente attenti. Abbiamo comprato il gruppo Aive ritenendolo strategico per noi per la sua presenza nel mondo delle banche. Una presenza, anche tecnologica, che ci mancava in Italia, mentre non manca a Capgemini a livello internazionale ed è un settore, quello bancario, nel quale intendiamo continuare a crescere.

 

Ma in questo periodo le banche non sono in sofferenza?

La sofferenza c’è, ma questo non vuol dire che non si facciano investimenti. Peraltro i sistemi informativi delle banche sono molto indietro, molto complessi ma nient’affatto moderni, costruiti ancora su maninframe. Peraltro le banche sono state recentemente interessate da moltissime acquisizioni e quando avvengono questo tipo di operazioni la priorità è la continuità del business, piuttosto che il rinnovamento dei sistemi, e ogni volta si aggiungono nuovi elementi di complessità.
La nostra sensazione è che ci siano delle notevoli probabilità che, anche per migliorare l’efficienza e l’efficacia della loro attività, le banche debbano presto mettere mano al rinnovamento dei settori informativi.

 

E la Pubblica Amministrazione?

Sulla Pubblica Amministrazione siamo poco presenti. Non lo eravamo nemmeno prima, quindi non abbiamo una storia e una struttura adatta. Comunque siamo già in un mondo di aziende pubbliche che sono partecipate ma restano pur sempre aziende. Ad esempio lavoriamo con l’Anas. Non siamo invece presenti nei ministeri, e questo ci espone un po’ meno a un problema che questo mercato sta generando, quello dei mancati pagamenti.

 

Quanto è grave il problema dei pagamenti con la PA italiana e da quanto dura?

Oggi è risaputo che tutti quelli che sono fortemente sbilanciati in quel mercato affrontano gravi difficoltà a essere pagati. Il problema nel nostro Paese non è recente, c’è sempre stato, anche se con la crisi si è acuito. Il fatto è che fino a poco tempo fa le banche ti coprivano, mentre ora è molto più difficile l’accesso al credito, ci vogliono garanzie sempre più forti. Il sistema si sta bloccando e la situazione è drammatica. Il problema dei pagamenti è una questione enorme, è la cosa più grave che accade in Italia. Ed è un problema sconosciuto negli altri paesi avanzati, tanto che facciamo fatica a farlo comprendere ai nostri colleghi che lavorano altrove.
Per questo mi aspetto per il 2012 un peggioramento della situazione, con molte aziende che non reggeranno. È un onda i cui effetti più devastanti devono ancora arrivare.
Peraltro il problema dei pagamenti dovrebbe essere risolto dall’imminente normativa europea che impone la scadenza a 60 giorni. Certo che dove i soldi mancano è difficile che una norma possa cambiare la situazione.

Si aspetta qualcosa dal nuovo Governo italiano in termini di politiche incentivanti per il mercato dell’It?

Il governo può fare molto per il mercato dell’It. Non so se la questione sia nelle sue priorità, visto che al momento si sta occupando d’altro.
Tutti gli studi però concordano sul fatto che gli investimenti nell’It generano un incremento del Pil in modo diretto e indiretto. Il trend mondiale è chiaro, molti posti di lavoro e l’apertura di mercati nuovi si creano cavalcando le nuove tecnologie. Per cui restare fuori da questo settore riduce le performance del sistema paese. Il governo precedente ha del tutto ignorato questa questione. Oggi alla guida del Paese ci sono persone come Francesco Profumo, che è stato Rettore del Politecnico di Torino, che conoscono benissimo l’argomento. I temi di questo governo dovrebbero essere rigore, equità ma anche sviluppo e crescita. Volendo andare in questa direzione bisognerà liberare risorse ma anche indirizzarle verso filoni che per loro natura possano innescare un meccanismo continuativo di crescita. Infatti anche in questo periodo le aziende migliori continuano ad investire. Non è tutto fermo. Il mercato rallenta ma è in momenti come questi, lontani dall’euforia delle fasi di mercato positive, in cui si vede la differenza tra chi ha le spalle robuste e chi no.

 

Quindi il prossimo anno sarà difficile. Resisteranno i più coraggiosi o i più prudenti?

Sarà una selezione corretta e probabilmente utile, ma potrebbe avere dimensioni drammatiche. Non sarà un’era glaciale, ma di sicuro stiamo andando verso un periodo di freddo intensissimo, e i più deboli inevitabilmente ne risentiranno. Si tratta di un processo che continua da un po’, ma probabilmente raggiungerà il culmine il prossimo anno.
Il problema è soprattutto italiano: qui lavoriamo con tariffe vicine a quelle indiane. In altri paesi, come Francia e Inghilterra, le aziende indiane continuano ad aumentare e rappresentano una dura concorrenza, assicurando presenza locale e facendosi forti al tempo stesso della base in India, dalla quale possono erogare servizi in remoto a costi più bassi. Contrariamente a quanto avviene nel resto d’Europa, però, gli indiani difficilmente vengono a lavorare da noi. In Italia non ci sono aziende indiane, anche la Tata che aveva tentato ora ha chiuso. Il motivo è che il gap tra il nostro paese e il loro in termini di tariffe non è sufficientemente profondo da rendere il business conveniente, per cui preferiscono investire altrove. Per certi aspetti può sembrare una buona notizia, ma in realtà è la spia di una situazione in cui in Italia non c’è spazio per reinvestire, poiché le tariffe sono troppo basse.
E non dimentichiamo che nel nostro Pese ci sono anche situazioni poco chiare, come quando in settori para-pubblici si vincono gare a tariffe che non sono sostenibili, per cui ci dev’essere qualche forma di arrangiamento che consente la sopravvivenza a chi vince la gara, cosa che sarebbe impossibile seguendo le normali regole del mercato.
Per cui non ci sono margini per nessuno. Nel 99 facevamo progetti di Erp a 1,6 milioni di lire al giorno, quindi circa 800 euro. Oggi, dodici anni dopo, se va bene si lavora a 500 euro.

 

La versione integrale di questa intervista è disponibile sul numero di dicembre 2011 di Computer Business Review.