Google Nexus 7 e i limiti della strategia del tutto per tutti

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Gli annunci di questi giorni alla conferenza per gli sviluppatori di San Francisco, confermano una tendenza in atto da anni. Google punta ad una strategia globale che contenga piani e programmi per soddisfare allo stesso tempo aziende e consumatori. Il gigante di Mountain View si auto-assegna il compito di guidare l’evoluzione della società tecnologica dell’informazione verso una nuova fase: The Google Era

A completare un portafoglio d’offerta già molto ricco, sono arrivati gli annunci della Google I/O Developer Conference che ha riunito al Moscone Center di San Francisco migliaia di sviluppattori Android. Ad essere annunciati sono stati il tablet Nexus da sette pollici completamente integrato con Google Play, il nuovo sistema operativo Android Jelly Bean e il Nexus Q, un dispositivo di home entertainment per casa in grado di gestire il flusso di dati e contenuti dal cloud ai vari dispositivi tecnologici in possesso e di facilitarne la condivisione attraverso Google Plus.

I limiti dell’approccio dominante di Google

Nella scienza l’approccio di Google può essere paragonato a quanti, soprattutto fisici, stanno dando corpo a una “teoria del tutto”, capace di collegare tra loro e comprendere tutti i fenomeni fisici con l’obiettivo di riuscire ad anticipare i risultati di qualsiasi esperimento. Nella letteratura di management è raro trovare sostenitori di approcci strategici che tendano a generare una soluzione per ogni bisogno. Nella pratica di tutte le aziende, anche quelle di successo, la strategia è solitamente focalizzata su obiettivi e target di mercato ben identificati e finalizzata a trarre il massimo dell’efficienza e dei risultati dalle risorse finanziarie, organizzative, commerciali impiegate.

Google sembra avere un approccio in controtendenza e puntare ad una strategia globale sapendo di poter contare su una infrastruttura mondiale, sulla pervasività del suo motore di ricerca e sui suoi strumenti pubblicitari e promozionali che generano flussi di liquidità e capitali talmente ampi da poter permettere qualsiasi ambizione, compresa quella di farci tutti felici. L’infrastruttura serve a sostenere strategia e modelli di business, il motore di ricerca viene usato per raccogliere tutte le informazioni possibili su chi siamo, cosa facciamo, cosa pensiamo e il canale pubblicitario è lo strumento per raggiungerci ovunque e in ogni tempo.

Questa strategia globale, confermata dall’ingresso sul mercato dei tablet con la piattaforma Nexus 7, sembra per il momento vincente ma presenta limiti sul fronte della qualità, dell’efficacia e dell’efficienza. Presenziare molti fronti richiede un’attenzione globale e la capacità di produrre sempre nuovi servizi, applicazioni e prodotti che rendono complicata la gestione degli aggiornamenti, il supporto agli utenti, l’integrazione tra oggetti e applicazioni e la soluzione di problemi, bachi applicativi ed errori nelle procedure. Tutti questi problemi, frutto della complessità del mondo in cui Google vuole agire, determinano livelli di insoddisfazione elevati e non prevedibili e influiscono sulla fedeltà dei clienti.

 

Una storia non solo di successi

 

Nonostante la percezione di Google come di un’astronave aliena che nessuno è in grado di fermare, la storia di Google è piena di insuccessi o mancati successi, dovuti in larga parte alla impossibilità di essere sempre e ovunque. Google ha capito per tempo il ruolo dello smartphone rispetto al PC così come l’importanza di una piattaforma Mobile ma non ha saputo ad esempio cogliere l’attimo del social networking e non riesce ad affermare il suo Google Plus come aveva pensato di fare. Facebook e Twitter, molto più focalizzati continuano a dominare il mercato, così come Apple domina il mercato del tablet con un prodotto per il momento irraggiungibile dall’ingegneria e dalla creatività al servizio di Google.

La sorpresa Facebook e il ruolo degli strumenti sociali in rete non hanno comunque modificato la volontà di Google, hanno semplicemente imposto di mettere in secondo piano il motore di ricerca, lo strumento su cui la società aveva costruito il suo successo. Oggi gli strumenti chiave di una strategia che punta su tutto, sono il social network Google Plus (170 milioni di utenti registrati) e lo store applicativo Google Play. Tutta la gamma di prodotti Google è strettamente integrata con Google Plus così come il nuovo Nexus Q è tutto costruito intorno a Google Play. I successi limitati di Google Plus e il ritardo di un prodotto come Nexus Q rispetto alla Web TV di Apple, testimoniano comunque una difficoltà più generale.

 

Il monopolio non piace al mercato

Aspetto non secondario del possibile fallimento di una strategia globale sta proprio nel suo essere tale. In tutte le epoche e, a maggior ragione, in quelle post-moderne, qualsiasi tentativo totalitario e monopolista finisce per infastidire, fare paura e generare reazioni contrarie e opposte. Ad infastidirsi e ad aver paura sono i consumatori ma a reagire sono anche le istituzioni ( leggi anti-trust) e i concorrenti, che possono coalizzarsi per limitare lo strapotere di uno. I tempi sono diversi ma lo scenario attuale è simile a quello creato alcuni anni fa da Microsoft con l’abbinata Windows-Office unitamente al modello di licensing associato. Microsoft è stata obbligata a fare i conti con una realtà di mercato meno accondiscendente nei suoi confronti e con clienti disponibili a rischiare pur di non dovere subire il ricatto monopolistico di un solo fornitore. Google potrebbe essere costretta a farlo in futuro.

 

Un modello di business difficile da sostenere

 

L’approccio globale di Google è reso complicato dal modello di business sottostante. Il fatturato e il profitto di Google non derivano tanto dalla vendita di prodotti ( almeno prima del Nexus 7 e del Nexus Q ) ma dall’occupare tutti gli spazi possibili con prodotti e soluzioni offerte gratuitamente per poi sfruttare utilizzo e presenza per piazzare e vendere pubblicità e promozioni a pagamento. Il modello di business non è lineare ma è molto semplice. Complicato è invece costruire un ecosistema integrato nel quale i vari prodotti parlano tra loro, difficile è produrre interfacce utente e funzionalità in grado di competere con concorrenti più focalizzati come Apple o Microsoft, impossibile è disintermediare qualsiasi cosa al solo scopo di riuscire a vendere informazioni sugli utenti e spazi pubblicitari per raggiungerli e forse spaventarli.

Il motto di Google è ‘Don’t be evil’ (riferito in realtà all’uso di informazioni personali e al rispetto di un codice di condotta) ed è alla base del tentativo di comunicare empatia e allontanare paure dal suo pubblico. La sua strategia globale e l’allargarsi della sua sfera di influenza rischia però di generare l’effetto contrario e di dare ragione a quanti da tempo mettono in guardia da nuovi fratelli tecnologici.