La prova del Macbook Retina: è davvero ‘Pro’?

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C’è chi l’ha definito il miglior portatile in circolazione e il più innovativo Macbook della storia di Apple. Per altri è solo un prodotto troppo costoso da acquistare e soprattutto da riparare, basato una tecnologia in parte immatura. Noi ci siamo chiesti anche se è adatto al mondo business.

I prodotti Apple fanno da sempre categoria a sé, anche ora che condividono la stessa piattaforma hardware di tutti gli altri produttori di notebook e possono far girare come se nulla fosse Windows 7.
La nicchia, pur in espansione, che si è scelta la casa di Cupertino è quella di chi è disposto a spendere per un prodotto molto curato nel design e nell’integrazione hw/sw. Si tratta di una nicchia che comprende anche molti professionisti, e non solo quelli che svolgono impieghi creativi.
La tendenza al Byod ha infatti aperto ai prodotti Apple anche le porte delle medie e grandi aziende, dove insieme all’iPad fanno capolino dalle borse di cuoio dei manager molti Macbook Air e qualche Pro, malgrado la disapprovazione malcelata degli It manager.
Anche il Macbook Pro Retina si inserisce in questo trend, poiché assicura prestazioni quasi da mobile workstation in circa due chili di peso, a cui si aggiungono buone doti di robustezza e un design che garantisce il debito effetto scenico nei meeting aziendali.

 

Ben fatto ma non si può aprire
Il Macbook Pro Retina riprende il design unibody dei modelli precedenti, ricavato da un blocco unico di alluminio, riducendone però lo spessore a meno di 18 millimetri. Questa scelta, che conferisce alla struttura una rigidità formidabile, ha comportato l’eliminazione del lettore ottico e di molte porte di espansione. Mancano infatti Firewire, usatissima nel mondo Mac e soprattutto Ethernet. Perfino l’ingresso del microfono è sparito, anche se il doppio microfono integrato con l’algoritmo di eliminazione dei rumori ambientali svolge il proprio lavoro in modo a tratti sorprendente.
A queste mancanze si deve sopperire con adattatori vari, tutti venduti intorno ai trenta euro negli store Apple. Si tratta di adattatori che sfruttano le due porte Thunderbolt del Macbook, compatibili DisplayPort, che effettuano un collegamento diretto con il bus Pci Express e sfiorano i 20 Gbit al secondo.
Completano la dotazione due Usb 3.0 e una Hdmi di dimensioni standard, tutte ricavate scavando l’alluminio con una precisione ammirevole.
Apple riducendo le dimensioni ha mantenuto le doti degli altri Pro, con una tastiera retroilluminata a corsa corta ben spaziata e facile da pulire, il grande multi-touchpad difficile da imitare e dettagli raffinati come lo spessore di contatto antipolvere intorno al display.
I componenti sono un mix tra i Pro di fascia alta e gli Air, con ram saldata sulla motherboard e storage allo stato solido su una schedina proprietaria. Perfino la batteria è incollata, e per aprire il fondo ci vogliono micro cacciaviti pentalobati difficili da reperire.
La manutenzione e l’upgrade non possono quindi essere eseguite dal reparto It dell’azienda, e il contratto Apple di estensione della garanzia a tre anni è tra i più cari sul mercato: 349 euro per assicurare lunga vita e assistenza telefonica al Macbook Pro. Malgrado la costruzione sia infatti robusta, seppur non al livello di un Panasonic Toughbook o di un Lenovo Thinkpad di fascia alta, la progettazione densissima costringe ai caso di danno alla sostituzione dell’intero blocco display o della motherboard, a un costo proibitivo.
L’unica possibilità di aggiornamento con componenti di terze parti potrebbe in futuro riguardare l’Ssd integrato, che già può essere sostituito sui Macbook Air con kit Owc, venduti anche su Amazon.

 

A cosa serve lo schermo Retina
L’elemento che più caratterizza in nuovo top di gamma Apple è però lo schermo. Il display del Retina lavora a 2880×1800 pixel, che su una superficie da 15,4 pollici si traducono in una densità da 220 dpi, molto vicina a quella delle soluzioni di stampa professionali. E in effetti il testo e le icone delle applicazioni ottimizzate appaiono come stampati, incisi sulla superficie lucida del display. Una tale risoluzione permette di visualizzare le foto come mai era successo su un portatile, consentendo a chi lavora con le immagini di sperimentare una nuova prospettiva per valutare i dettagli.
La definizione elevata può anche servire a moltiplicare gli oggetti visualizzati sullo schermo, per lavorare con numerosi tool e finestre aperte come se ci si trovasse davanti a un grande 27”. Ovviamente si tratta di una funzione da usare con parsimonia perché per attivarla è necessario ridurre i caratteri dell’interfaccia a dimensioni lillipuziane e perdere parecchio in termini di leggibilità. Inoltre lo sforzo richiesto al sistema per ottimizzare quando appare sullo schermo, con una procedura che prevede di raddoppiare i pixel di ogni cosa per poi riscalare tutto in tempo reale, è impegnativo e può provocare un calo di prestazioni, seppur appena percettibile.
Ma la bellezza dello schermo Retina non è legata solo alla sua risoluzione da record. Si tratta infatti di uno schermo con tecnologia Ips, che garantisce una visuale ottimale da qualsiasi angolo, senza alterazioni nei colori, e una migliore resa cromatica.
La tecnologia costruttiva inoltre ha permesso di ridurre gli elementi stratificati della copertura del pannello, riducendo di molto i riflessi rispetto a uno schermo lucido tradizionale e aumentando il contrasto.
Questo non vuol dire che lavorare con il Retina sia comodo come con uno schermo opaco, specie sotto una luce diretta, ma la differenza si avverte e non c’è il rovescio della medaglia di un calo di brillantezza nei colori delle immagini.
Dove il Retina fa peggio di uno schermo tradizionale è all’aperto, quando è richiesta la massima luminosità. Infatti il nuovo Macbook Pro raggiunge un livello di retroilluminazione inferiore di un 15-20% a quello ottenibile con un Macbook Pro vecchia maniera probabilmente per limitarne l’impatto sui consumi.
Per il resto non sono ancora molte le applicazioni che sfruttano realmente la risoluzione estrema di questo schermo, ma è solo questione di tempo. A fine luglio arriva Mountain Lion e con lui probabilmente l’aggiornamento della suite iWorks. Da quel momento si aprirà la gara tra gli sviluppatori per chi supporterà per primo il nuovo display.
Non si deve pensare comunque che le applicazioni non ottimizzate per il Retina non siano utilizzabili, solo i testi e gli elementi grafici appaiono leggermente offuscati rispetto alla prepotente nitidezza degli elementi aggiornati, che comprendono Safari, Aperture e i tool che fanno parte del sistema operativo.

 

 

Alte prestazioni, molto calore e modesti consumi
Il Core i7 3615QM Ivy bridge da 22 nm a quattro core più l’hyperthreading, che equipaggia il modello base del Macbook Retina è classificato al 18° posto tra le più veloci Cpu mobile da Notebook Check. Rivaleggia con molte workstation desktop della generazione precedente e sotto Windows 7 l’indice Cpu è 7,6.
Quanto alla grafica, la normale gestione del display è svolta bene anche dalla HD 4000 integrata nella Cpu, ma quando serve si avvia la Nvidia GT650 con un GB di Gddr5 dedicata.
La potenza in gioco è quindi più che soddisfacente per ogni applicazione, compreso il 3D più spinto, magari limitando un po‘ la risoluzione.
A contribuire alla velocità del Macbook Retina ci si mettono anche l’Ssd Samsung 830 e le connessioni esterne, compresa la scheda SD, tutte componenti al top, fulminee in ogni situazione.
Va detto che sfruttando tutta la sua potenza il sottile Macbook può diventare a tratti rovente, al punto da non poterlo tenere sulle ginocchia e da rendere difficile anche toccare i tasti “E” “D” ed “R”, più vicini a Cpu e Gpu. In queste situazioni particolari il rumore delle ventole si fa sentire, anche se non in modo isopportabile, e il consumo della batteria diventa proibitivo.
Nell’uso light, che comprende tutti gli impieghi accessibili a un normale ultrabook o a un Macbook Air, le cose vanno decisamente meglio. Il calore non è mai eccessivo, le ventole non si sentono affatto e la batteria regge quasi sette ore, come dichiarato da Apple. In un singolo caso a noi è capitato anche di sfiorare anche le 8 ore, il che è notevole tenendo acceso uno schermo così.

 

 

Ci si lavora anche con Windows, ma manca vPro
Per renderci conto di quanto un oggetto del genere possa essere integrato nella rete aziendale abbiamo anche caricato Windows 7 Ultimate su una partizione Boot Camp.

L’installazione si è inceppata solo quando abbiamo tentato di formattare la partizione Boot Camp avviando da chiavetta Usb con la Iso di Windows 7. Per completare la procedura, diversamente da quanto indicato nella guida di Bootcamp, è stato necessario collegare un lettore di Dvd esterno e avviare da quello.

L’attuale sistema operativo Microsoft gira velocissimo sul Retina, senza problemi di driver per tutte le periferiche integrate, sfoggiando un indice di prestazioni complessivo di 7,2, in cui l’elemento meno performante è la scheda grafica, indicata intorno alla 35a posizione dalle classifiche di Notebook Check.
Pur ingrandendo i caratteri al 150% però molti elementi dell’interfaccia risultano piccolissimi, quasi inutilizzabili a piena risoluzione.
Per quanto riguarda la sicurezza, OSX ha un suo sistema di cifratura del disco, attivabile secondo necessità e permette la cancellazione remota dei contenuti in caso di furto e la localizzazione del dispositivo smarrito, ma si tratta di funzioni proprietarie, non facilmente integrabili in un sistema aziendale. Manca inoltre un chip TPM, il che potrebbe creare problemi con qualche applicazione che lo richiede.
Un altro ostacolo alla diffusione dei Macbook Pro in azienda è la mancanza della piattaforma vPro, che rappresenta un importante valore aggiunto in termini di sicurezza e semplicità di gestione per le macchine controllate dall’ufficio dell’It manager, agevolando il controllo remoto e la manutenzione programmata.

 

Concludendo, il Macbook Pro Retina è la classica bestia nera da affrontare nell’approccio Byod. Un portatile formidabile e sicuramente affidabile, anche se tutt’altro che ‘ruggedized’, perfetto per completare ovunque e presentare efficacemente lavori pesanti basati anche sulla grafica, oppure per soddisfare manager che non amano le attese e non si accontentano di visualizzare i dati in 11 o 13 pollici.
In questo senso il suo prezzo di partenza di 2300 euro non è alto, considerando i contenuti offerti, ed è molto vicino a quello di qualsiasi workstation portatile per impieghi professionali, rispetto alle quali offre caratteristiche uniche (schermo e dimensioni) ma minori garanzie di durata dell’investimento. 

Per le caratteristiche complete del Macbook Retina potete seguire questo link al sito Apple.