Resilienza e adattamento

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Un pendolo di Charpy per le tecnologie, il mercato e la società

Per molti di noi di formazione tecnica il Pendolo di Charpy ha un significato inequivocabile; nel mondo della scienza dei materiali e nell’ingegneria meccanica è infatti lo strumento usato per misurare la resilienza di un materiale, la capacità cioè di resistere alla rottura a flessione per urto o, spiegato in altre parole, la capacità del materiale di assorbire energia mentre viene deformato elasticamente. La macchina fa proprio questo; una mazza speciale viene lasciata cadere su una provetta standard, lasciando che la rompa e prosegua nella sua corsa. La prova di resilienza misura così l’energia necessaria a rompere in un solo colpo la provetta standard di materiale. Nel caso elastico lineare, poi, i materiali resilienti sono caratterizzati da alto snervamento (ovvero il punto in cui il comportamento da elastico diventa plastico) e basso modulo elastico. A questo concetto prettamente ingegneristico sono stati associati nel tempo significati più trasversali e generali; le scienze sociali, in particolare, lo hanno rielaborato associando alla resilienza il principio di capacità di resistere a cambiamenti particolarmente violenti e repentini, attuando strategie adattive. Resilienza e capacità di adattarsi diventano così due qualità tipiche dei sistemi dinamici e aperti, soggetti a trasformazioni repentine. La mazza del Pendolo di Charpy che cade per gravità e colpisce la provetta di materiale è, nella vita di un organismo vivente o di un sistema complesso, il cambiamento inatteso, violento, istantaneo che urta la struttura e ne determina talvolta la rottura talvolta la trasformazione, attraverso un meccanismo di trasformazione della struttura. Di resilienza in chiave sociale ed economica abbiamo sentito parlare anche Obama nel suo discorso inaugurale, di resilienza parlano gli psicologi, che hanno identificato nell’introspezione, nell’indipendenza, nella capacità di relazionarsi con gli altri, nell’iniziativa, nella creatività, nell’altruismo, nell’autostima i pilastri della resilienza. Infine, nelle scienze sociali, la Teoria Sistemica definisce la resilienza come la capacità di un sistema di resistere ai cambiamenti esogeni, sviluppando un vero e proprio cambiamento qualitativo, nel rispetto della coesione strutturale che si realizza attraverso il processo di sviluppo.

Resilienza per reagire alle crisi
Di resilienza in chiave sociale ne trattò un anno fa pure il 42esimo Rapporto annuale della situazione sociale del Paese, sviluppato dal Censis; nel 2009 osservava che, per quanto la crisi mordesse, l’italiano mostrava una resilienza (la capacità, appunto, di reagire a shock violenti) di gran lunga superiore a quello di tanti altri europei. Una resilienza che nel caso del nostro Paese si concretizzò nella cosiddetta temperanza nei consumi, capace di garantire il buon vivere anche in situazioni difficili. Le stime del Censis, per esempio, fissavano in 5,5 milioni i cosiddetti indenni, cioè coloro che, pur in piena crisi, avrebbero continuato a usare nella medesima misura se non addirittura maggiore un ampio spettro di servizi e beni (tra cui vacanze frequenti nei fine settimana, trattamenti estetici e fitness). Si trattava per lo più di giovani adulti, single o senza figli, tra i 30 e 44 anni, residenti in Comuni tra i 10 e i 30 mila abitanti e reddito medio-alto. I dati Censis mettevano in evidenza che una buona fetta degli italiani considerava (e considera) irrinunciabili servizi e beni un tempo riservati a pochi; escluso di immaginare una riduzione dell’uso del cellulare (non dimentichiamo che gli italiani sono primi al mondo per numero di telefonini posseduti e numero di schede telefoniche acquistate), per non parlare delle attività sportive o del fitness e di qualche fine settimana fuori casa, ancorché ridimensionati per numero e distanza (nel Nord-Est sono il 41%; complessivamente sul territorio nazionale sono il 34,6%). Anche andare al ristorante una volta al mese veniva vissuto come irrinunciabile da 11,9 milioni di italiani; erano ben 8,4 i milioni che non avrebbero rinunciato a comprarsi almeno alcuni capi firmati e 9,3 milioni quelli che non avrebbero rinunciato agli hobby personali. Un anno dopo, questa volta la fonte è il Rapporto Istat presentato lo scorso 27 maggio, la situazione che emerge è in parte cambiata. Come si legge nella sintesi “Nel nostro Paese, il numero dei disoccupati è cresciuto per il secondo anno consecutivo, portandosi nella media del 2009 poco al di sotto dei due milioni, livello peraltro già superato nei primi mesi dell’anno in corso. L’allargamento dell’area della disoccupazione (253 mila in più nel 2009) ha interessato per il 90% gli ex-occupati, i quali rappresentano la metà dell’intera platea dei disoccupati, relegando in secondo piano le componenti storiche della disoccupazione italiana, cioè i giovani e le donne senza esperienze lavorative pregresse. Nel 2009 l’Italia ha presentato un tasso di disoccupazione più basso di quello medio europeo (7,8%), ma un livello di inattività nettamente più alto e soprattutto in crescita (37,6% contro il 28,9% per l’UE)”.
E ancora “I cattivi risultati delle aziende, la contrazione dei livelli occupazionali e la conseguente caduta dei redditi da lavoro dipendente spiegano gran parte della riduzione del reddito disponibile delle famiglie. Dopo il calo registrato nel 2008 (-0,9%),nel 2009 il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici si è ridotto di un ulteriore 2,5%. Ciò ha fatto sì che, tra il 2000 e il 2009, il reddito delle famiglie in termini reali sia aumentato solo del 3,4%. Tuttavia, nel medesimo periodo la popolazione residente è cresciuta del 5,8%, cosicché vi è stata una riduzione del reddito pro capite del 2,3%, corrispondente a una perdita annua per abitante di oltre 360 euro (ai prezzi del 2009).… In questa situazione, le famiglie italiane hanno contratto la spesa per consumi finali, in termini reali, dello 0,8% nel 2008 e dell’1,8% nel 2009”.

Quando la resilienza non basta
Di fronte a una situazione in continua trasformazione, con una crisi che non passa, caratterizzata da shock violenti e inattesi, la resilienza a cui segue l’adattamento non basta più; ci vuole altro e questo altro è un fenomeno con un nome preciso, Exaptation, descritto per la prima volta nel 1982 dai due etologi Gould e Vrba, a cui il Censis, nel luglio 2009, ha dedicato un incontro specifico Dall’adattamento all’Exaptation per suggerire nuove vie di uscita alla crisi. In senso lato, l’Exaptation è la capacità dei sistemi (sociali, economici, ecc.) di reperire risorse disponibili e sotto-utilizzate per riattivare i processi di sviluppo. La biologia traduce questa forma di innovazione creativa con il concetto di Exaptation; adattarsi al contesto non è sufficiente; ci vuole la capacità di cambiare il contesto interagendo, attivando reti complesse di contatti. Se applichiamo questa chiave di lettura all’ICT, in particolare al Web 2.0, ci rendiamo conto che tool nati per realizzare funzioni specifiche, nell’uso diffuso si trasformano e svolgono egregiamente altre funzioni. L’ibridazione dei saperi, saperi molto diversi tra loro e non necessariamente solo specialistici, ci risulta qui particolarmente utile per andare a fondo delle esigenze e delle urgenze che le aziende sperimentano soprattutto in periodi di crisi. La biologia e la zoologia ci aiutano a esplorare la dimensione complessa dei sistemi informativi e organizzativi d’impresa, mentre la resilienza potrebbe essere proprio la qualità intrinseca necessaria per attivare meccanismi exaptivi, capaci cioè di rompere la continuità funzionale assegnata ai diversi domini oppure alle tecnologie utilizzate, inventandosi il nuovo senza disporre effettivamente di qualcosa di nuovo. È ciò che accade a molti imprenditori o professionisti che, non avendo risorse per la più tradizionale ricerca, si concentrano sull’esistente per trovare nuove vie, nuovi processi, nuovi servizi.

Strumenti per l’Exaptation
Se il nuovo può originarsi proprio da ciò che è vecchio, semplicemente guardando con occhi diversi, esistono strumenti che permettano di mappare il ciclo di vita delle tecnologie? Al Symposium Gartner di fine 2009 a Cannes, la società di ricerche IT indipendente, fondata nel 1979 nel Connecticut, Usa, ha presentato per la prima volta un metodo interessante per valutare gli investimenti IT e assegnarne le priorità di sostituzione; si chiama IT Market Clock, ovvero l’orologio del mercato IT, orologio perché le informazioni sono tradotte graficamente nell’immagine di un orologio, nel cui quadrante sono inserite le informazioni utili a chi poi in azienda prende le decisioni. L’IT Market Clock, sviluppato dagli analisti matematici, ci permette di valutare a che punto della loro vita si trovano le tecnologie che stiamo utilizzando, aiutandoci così a prendere decisioni operative. I quattro semi quadranti dell’orologio identificano le quattro aree tipiche della vita di una tecnologia: dalle 12.00 alle 15.00 ci sono le soluzioni emergenti, poco diffuse; dalle 15.00 alle 18.00 si trovano le soluzioni mature, quelle per cui la domanda è sostenuta e i prezzi scendono di conseguenza al lievitare della richiesta; dalle 18.00 alle 21.00 le tecnologie raggiungono l’apice della diffusione; dalle 21.00 alle 24.00 ci sono tutte le tecnologie ormai prossime al fine vita, quelle per cui non ci sono più possibilità di assistenza o di ricambio, per cui i costi di mantenimento e aggiornamento sono particolarmente alti. Gartner sta testando questo metodo; a oggi è disponibile l’IT Market Clock per i PC. Letto in chiave di Exapation e resilienza, l’IT Clock potrebbe offrire un approccio semplice alla valutazione della fecondità innovativa delle tecnologie; non più e non solo valutazione economica dell’IT ma anche analisi della carica generatrice portata dalle tecnologie. Mi rendo conto che scrivere è semplice mentre tradurre in modelli matematici questi concetti è ben altro; eppure chissà che nel prossimo Symposium non si trovi già qualcosa in questo senso, una sorta di IT Exaptation Clock.