Non spesa ma investimento!

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Mercato IT: Paolo Angelucci, Presidente di Assinform, striglia governo, aziende e fornitori

Le aziende italiane continuano a non assegnare sufficiente importanza agli investimenti IT che sono invece strategici per competere in mercati sempre più globalizzati. E questo mentre sono in aumento le possibilità di accesso ai servizi IT, grazie al cloud. In questo contesto la latitanza del governo è un ulteriore serio elemento di preoccupazione. Queste alcune delle affermazioni espresse nell’intervista che segue da Paolo Angelucci, Presidente di Assinform.

 

Secondo lei perché l’industria IT nazionale, nonostante conti 97mila imprese con circa 400mila addetti, e sia il solo settore in grado di innovare le altre attività industriali, non trova un adeguato sostegno da parte del governo e della politica in generale?

Per due ragioni principali. La prima è che si abbracciano logiche di brevissimo periodo e di facile consenso. La seconda è che le stesse imprese non fanno sentire la loro voce. A volte si rassegnano a incassare, sia sul fronte dell’offerta che della domanda di tecnologie IT, qualche modesto incentivo anziché chiedere con forza di più in chiave di politica industriale e per lo sviluppo. Sono due aspetti dello stesso problema. Assinform segnala oramai da tempo questa situazione, che esprime un digital divide forse più difficile da misurare, ma molto insidioso: non assegnare sufficiente importanza agli investimenti IT in chiave di sviluppo. Per di più, la crisi economica ha spostato l’attenzione dalla crescita alla sopravvivenza e ha accentuato e motivato questo atteggiamento. Soprattutto in Italia, aziende e Amministrazioni Pubbliche si muovono in un’ottica di taglio dei costi che, a fronte di rigidità su domini di spesa (personale, locazioni, ammortamenti, oneri finanziari, e fiscalità per quanto riguarda le imprese), si traduce in un taglio degli investimenti, colpendo in particolare quelli in IT, che sono a torto ancora ritenuti non strategici per il business. A torto, perché come è sempre più evidente la tecnologia evolve con rapidità e permette l’abbattimento di barriere culturali e commerciali. Perché con l’estensione di nuove applicazioni a intere filiere di produzione e distribuzione, cambia radicalmente il modo di produrre e competere. Perché con le soluzioni mobili e i nuovi servizi SaaS nascono nuovi mercati. Ma soprattutto, perché lo sviluppo delle tecnologie IT si combina con la globalizzazione; investe i Paesi che sino a poco tempo fa erano solo fabbriche decentrate e ne moltiplica la forza, ci proietta in un mondo ove nulla sarà più come prima e che ci chiede di farci parte attiva per riaffermare il ruolo di punta del nostro Paese nella divisione internazionale del lavoro. Riprendere a investire in IT è dunque essenziale. Certo, poi ci sono gli equilibri di bilancio dello Stato, degli Enti Locali e delle stesse imprese utilizzatrici di IT. Sono vincoli reali e seri, che vanno rispettati. Bisogna quindi distinguere con chiarezza nell’IT tra spesa ed investimento. La prima va ovviamente tenuta sotto controllo; per quanto riguarda invece gli investimenti IT non si possono più considerare come secondari, da rinviare a tempi migliori ma assolutamente prioritari, sia per le imprese che per la Pubblica Amministrazione. Ed è proprio questo che bisogna cambiare.

 

Quali sono i fattori abilitanti le innovazioni di prodotto e di processo sia nel contesto dell’industria IT, sia – più in generale – nel mondo delle imprese che utilizzano le tecnologie avanzate?
Sono molti, e in più conta il modo in cui essi si intrecciano e concorrono a sostenere il ciclo dell’innovazione e dell’industrializzazione di nuovi prodotti e servizi. In capo a tutti io metto sempre e comunque la spinta imprenditoriale, senza la quale nulla si muove. Poi la capacità di vedere l’IT come investimento, ne più ne meno come un capannone, una macchina utensile o un qualunque bene strumentale. A seguire la qualità e la diffusione degli skill professionali, sia sul fronte della domanda che dell’offerta di tecnologie IT, perché innovare vuol dire sapere cosa fare e con cosa, e che ci sia dialogo tra i vari portatori di conoscenza e soluzioni. Ma poi è anche vero che tutto questo si combina con altri fattori, accertanti o inibenti, come il rapporto con la ricerca e le condizioni ambientali create da chi ha la responsabilità di governo e i capitali. La mia convinzione è che la crisi abbia solo compresso temporaneamente i fattori di spinta, e che il mondo del credito cominci finalmente a reagire alle nostre sollecitazioni, come dimostra il recente accordo con Intesa Sanpaolo per il finanziamento dei progetti IT, mentre si vede ancora troppo poco sul fronte dei rapporti tra imprese e ricerca.

 

Perché le PMI italiane, almeno quelle che dispongono di risorse finanziarie, che sanno “fiutare” gli affari e sono ben posizionate anche sui mercati esteri, non investono in modo adeguato in innovazione?
Non è così. Anzi, sono proprio le medie imprese italiane che più si dotano di strumenti informatici per meglio competere sui mercati internazionali. In particolare, questo è vero per il sistema della moda, della meccanica e delle macchine utensili. D’altro canto, è anche vero che le cosiddette microimprese sono ancora indietro su questo fronte, ma in questi casi viene meno anche la dimensione minima per competere sui mercati internazionali. In ogni caso, i numeri parlano chiaro: chi investe di più e meglio in tecnologie IT, è anche chi va meglio nei mercati globali.

 

Non pensa che i vendor di soluzioni IT potrebbero fare di più per venire realmente incontro ai bisogni delle PMI, ad esempio con soluzioni effettivamente a loro misura, quindi semplici da implementare e facili da valorizzare economicamente?
Sì, è proprio così. Infatti, mentre nei servizi e nelle infrastrutture informatiche di base il progresso tecnologico ha moltiplicato le possibilità di soluzioni commisurate alle esigenze della PMI, ciò non vale ancora per le applicazioni a maggior valore aggiunto, che ancora risentono della trasposizione di approcci concepiti per le realtà più grandi e di processi non sempre corrispondenti a quelli delle nostre PMI. È un fatto che quando si cerca un gestionale di tipo tradizionale, più o meno integrato, le possibilità di scelta sono tantissime e immediatamente implementabili e operabili, mentre quando si cercano soluzioni integrate più innovative non è sempre così. I vendor, nazionali e internazionali, stanno però rispondendo con soluzioni adeguate alle esigenze del mercato delle PMI. Ad esempio, con soluzioni di tipo SaaS, che, a certe condizioni e a fronte di particolari specializzazioni, possono davvero essere una risposta interessante per le PMI.

 

A proposito del Cloud Computing e della virtualizzazione, qual è il vostro sentiment? Quando e come inciderà e modificherà gli assetti e le prospettive di mercato in Italia?
Cloud Computing e virtualizzazione sono fenomeni che cresceranno sempre più in futuro. Presentano aspetti di indubbio interesse, ma la velocità con cui cresceranno dipende da molti fattori, tra cui quelli riguardanti la continuità e la sicurezza, e che sono già oggetto di particolare attenzione da chi se ne fa portabandiera. È ancora troppo presto per fare pronostici sugli assetti del mercato, perché se da un lato è certo che possono generare interesse, è altrettanto sicuro che i vendor toccati dal fenomeno non staranno con le mani in mano.

 

Come spiegate la discesa del 3,6% del software nel 2009 dopo che per anni questo segmento aveva sempre conservato un segno positivo?
Non si fa nulla nell’IT senza il software, e in un calo del mercato così pronunciato non poteva succedere nulla di diverso. Il rallentamento del mercato del software è, infatti, riconducibile all’andamento di tutti e tre i segmenti che compongono il comparto. Il software di sistema è calato del 4,6% per via dell’andamento negativo dell’hardware (PC e server) e della domanda debole di sistemi operativi; il software applicativo è calato anch’esso più della media del comparto, e cioè del 4,1%, per effetto del ridimensionamento dei progetti in corso; e anche il middleware è calato (-2%), pur beneficiando delle esigenze di razionalizzazione, consolidamento e sicurezza. In ogni caso, la dinamica del comparto è stata appesantita dal calo del software applicativo, un’ area sulla quale ha pesato più che su altre il rinvio dei progetti riguardanti le nuove applicazioni da parte di molte imprese, dalle più grandi alle più piccole. Tutto da valutare poi, su questo campo, resta invece il fenomeno dell’Open Source.

 

I dati relativi ai primi tre mesi che indicazione danno relativamente al mercato italiano?
I dati dei primi mesi lasciano intravedere per il 2010 un’attenuazione del calo del mercato IT, intorno al -3.1% rispetto al 2009 per attestarsi su un valore di circa 18 miliardi di euro. È una previsione che deriva da elementi che hanno cominciato a manifestarsi negli ultimi mesi del 2009, che sono proseguiti nel primo trimestre e che dovrebbero diventare più consistenti in corso d’anno, come il rallentamento della caduta dell’hardware e un’attenuazione ancora più sensibile della componente software e servizi.

 

Cosa pensa del fondo da 50 milioni di euro che Orizzonte, la società delle Camere di Commercio, immetterà nel sistema ICT sotto forma del finanziamento di progetti tra 1,5 e 7,5 milioni di euro in un orizzonte temporale di 8-10 anni, con particolare riferimento a sistemi digitali per la gestione della documentazione cartacea?
È un’iniziativa interessante, e che mi auguro faccia sentire i suoi effetti. Aggiungo però anche che il Fondo investirà in società operanti nel settore dell’IT dedicate prevalentemente all’informatizzazione e alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, segmento di mercato in parte precluso alle aziende del settore privato, e che si parla di progetti di entità non proprio popolare. Quindi, una buona iniziativa, ma che deve essere solo l’avanguardia di molte altre dello stesso tipo.

 

Il finanziamento di un miliardo di euro che Intesa Sanpaolo, Mediocredito e Assinform distribuiranno sotto forma di prestiti alle aziende riuscirà a far decollare progetti veramente innovativi e in quale direzione? Prevede inoltre che se ne potranno avvantaggiare anche le start up?
Ricordo innanzitutto che Intesa Sanpaolo, con Mediocredito Italiano e Assinform, hanno siglato un accordo che destina ai clienti delle imprese associate un plafond di un miliardo di euro per programmi di investimento destinati all’innovazione tecnologica. Parliamo dunque di un plafond complessivo, molto consistente, cui possono accedere con modalità del tutto nuove le imprese, di qualunque dimensione, che decidano di investire in innovazione. In questo modo ci si propone di sostenere sia l’ammodernamento di processi e prodotti industriali, che la ripresa degli investimenti da parte delle aziende IT per sviluppare nuovi prodotti e servizi. È quindi un’iniziativa che va a vantaggio dell’intero sistema produttivo italiano. In più, attraverso il coinvolgimento diretto di Assinform, le imprese informatiche potranno proporre alle aziende clienti un pacchetto completo di soluzioni IT e soluzioni finanziarie, secondo le diverse esigenze. Un dettaglio che mi auguro possa fare la differenza. Alla base di questo importante accordo, lo rammento ancora una volta, rimane ovviamente la necessità di considerare l’IT non più come una spesa, ma come un investimento destinata a far crescere l’azienda. E su questo punto imprese utenti ed aziende IT devono migliorare la loro cultura, pena un ulteriore ampliamento del già rilavante gap dell’Italia verso gli altri Paesi.