E il debito americano, non conta?

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All’Europa è stato contestato un alto livello di debito, che potrebbe trascinare l’euro alla sua capitolazione

Perché non si applicano gli stessi criteri di valutazione al dollaro e alla sua economia sovrana, che non godono certo di una salute migliore? Mentre in Europa gli attacchi speculativi hanno colpito l’euro e il sistema finanziario continentale nel suo complesso, negli Stati Uniti si procede come se nulla fosse. E questa tranquillità apparente desta qualche sospetto, se si pensa che i più attenti commentatori hanno indicato nel debito pubblico, e in particolare quello degli stati europei, la causa della tensione sui mercati. Agli investitori – è questo il pensiero dominante – fa paura il peso dei conti pubblici della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Irlanda. Qualche analista aggiunge anche l’Italia. Anche se, a bocce ferme, la peggio messa sarebbe la Gran Bretagna, dove il debito è letteralmente esploso negli ultimi due anni, tanto da apparire ora fuori controllo. Dunque i conti pubblici e il debito sono i termometri per giudicare quanto davvero valga e sia ricca un’area economica. E su questi pilastri le agenzie di rating costruiscono i loro giudizi. Bene. Perché allora gli Stati Uniti e il dollaro non vengono attaccati dalla speculazione, visto che in fatto di salute non sembrano certo goderne in quantità? La domanda non è retorica. E per trovare risposta bisogna fare qualche premessa. Tanto per cominciare, spulciando tra le succulente pagine dell’ Economic Policy Journal, che ha anche un ottimo sito aggiornato quotidianamente, “il debito totale degli Stati Uniti, inteso come somma dei debiti governativi, corporativi e personali, ha superato la quota del 360% del Pil”. Si tratta di un valore decisamente più alto di quello raggiunto durante la Grande Depressione del 1929, quando si attestò intorno al 220%. Quanto può durare un sistema che mostra questi numeri e questa tendenza?

 

Stati e comuni

Se il nemico da combattere è la bolla di debito che si è creata negli anni, perché non si comincia dal punto in cui è partita? Molti obietteranno che l’America è il cuore del modello capitalistico oggi ancora in auge e che colpire lei vorrebbe dire far crollare tutto il resto. A questa argomentazione si può tranquillamente rispondere che le periferie del sistema hanno già cominciato a scricchiolare. Il default argentino, la crisi greca, ma anche i crac di società come Parmalat o Lehman Brothers sono tutti casi di sovraesposizione debitoria, storie di bolle scoppiate e finite male. Gli intellettuali e i critici del sistema capitalistico (da destra come da sinistra) sostengono che la crisi greca è stato il pretesto per scardinare il sistema del welfare in Europa: la Banca Centrale europea, il Fondo Monetario Internazionale e le autorità hanno varato un piano di austerity generale che avrà ripercussioni decennali sull’intera area euro. Con il rischio di farla deflagrare su se stessa. Questo scenario è vissuto con strisciante e sottocutaneo pessimismo dai tedeschi, consapevoli di una situazione non disperata, ma certamente critica. Tanto che a Lipsia, i dirigenti del sito Boersennews.de hanno deciso di presentare le quotazioni delle azioni tedesche in Deutsche Mark, lasciando in euro quelle degli altri Paesi europei! Un segnale dei tempi o una semplice boutade provocatoria? Ma torniamo al tema centrale. Da solo, il debito del governo degli Stati Uniti, è pari al 90% del Prodotto Interno Lordo. Alcuni Stati, tra cui la California, sono sull’orlo della bancarotta e sono ricorsi a prestiti sul mercato internazionale per fare fronte agli impegni di cassa. Da parte sua, lo Stato di New York ha posticipato il pagamento delle fatture per un totale di 2 mila e 500 milioni dollari al fine di restare solvente (senza che le agenzie di rating lo declassassero). La National League of Cities sostiene che “negli ultimi tre anni gli ammanchi dei governi municipali sono saliti ad oltre 83 miliardi di dollari”. Così, per fare un altro esempio, per compensare il deficit di bilancio (pari a 280 milioni di dollari), il Comune di Detroit ha emesso nel marzo del 2010 un volume di buoni municipali a 20 anni, per complessivi 250 milioni di dollari (nella sostanziale indifferenza delle agenzie di rating).

Pesi e misure

Come si può facilmente intuire, la situazione appare alquanto complicata. “Gli Stati Uniti – sostiene un operatore commerciale italo-americano contattato telefonicamente a New York e che chiede di restare anonimo – viaggiano anch’essi sulla nuova bolla del debito pubblico, la cui origine è lontana perché pianificata e sviluppata nel tempo”. Il sogno americano si è mantenuto e si è accresciuto negli anni e nei decenni lungo la dorsale delle attività geopolitiche e commerciali. Prima la contrapposizione con l’Urss ha tenuto in piedi un equilibrio di forze, una balance of powers, con ripercussioni politiche ed economiche a livello planetario. Il dominio militare ha fatto il resto. Il fatto che il petrolio si paghi in dollari e non con altre valute è ciò che rende ancora appetibile (e necessario) il biglietto verde. Ma fino a quando? Sostanzialmente fino a quando Arabi e cinesi scambieranno merci, beni e commodities in dollari. Ma non è detto che questa condizione possa continuare ad essere rispettata a lungo. Alcuni operatori valutari sono convinti che dopo una fase di apprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro, la giostra possa tornare a girare e che possa essere il dollaro, in futuro, a deprezzarsi sensibilmente. Come dire che la speculazione, dopo aver colpito la moneta unica europea, sarà pronta a ghermire un’altra preda, già pronta ad essere servita su un vassoio d’argento. D’accordo, potrebbe accadere. Ma resta in sospeso un problema: perché le agenzie di rating sono corse a declassare gli stati europei con tale foga e velocità – contribuendo così ad avvitare su se stesso il problema dell’euro – mentre la loro azione ha scarsa o ridotta rilevanza nel caso delle istituzioni americane che si indebitano in dollari? Perché due pesi e due misure? Questo è un altro aspetto della questione, che mette in luce quanto le istituzioni e le autorità europee siano ancora deboli e poco unite per fare fronte all’emergenza. In Germania si è deciso di applicare una norma per evitare le vendite allo scoperto di obbligazioni e titoli di stato. Una misura tampone che servirà solo ad arginare e ad allontanare nel tempo il problema. Se si vogliono combattere le bolle del debito e la speculazione che ne potrebbe conseguire servono misure adeguate e al passo con i tempi. Mettendo in chiaro conti e cifre. Ma non solo di alcuni. Di tutti.