Il petrolio che sgorga nell’oceano

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Il greggio continua a uscire da quel maledetto pozzo. Il rubinetto geologico non è stato definitivamente chiuso. Politici e analisti di tutto il mondo seguono la vicenda con apprensione, che tiene col fiato sospeso anche l’opinione pubblica.

Tuttavia si deve considerare che l’incidente alla piattaforma mobile Deepwater Horizon, affondata lo scorso 20 aprile, non è il più grave della storia energetica. Andiamo per gradi. Appena accaduto il misfatto, la BP parlava di una perdita giornaliera di circa 1000 barili di petrolio. Il mondo intero comprese da subito che si trattava di una stima riduttiva e fuorviante. A metà maggio, circa un mese dopo il disastro, le valutazioni del gruppo tecnico istituito dal governo statunitense per monitorare gli effetti della fuoriuscita di greggio indicavano in almeno 15 mila i barili di petrolio in uscita da quell’orifizio degli abissi. A fine del mese di giugno il livello di stima della perdita quotidiana era salito a 80-100 mila barili al giorno. Qualcosa pari a 12-15 milioni di litri di petrolio. Un volume ingentissimo. Considerando un periodo superiore ai tre mesi, sono stati riversati, ad oggi, circa 500 mila tonnellate di petrolio. Nella storia dei disastri ecologici questa quantità è certamente superiore a quella uscita dalla petroliera Exxon Vaduz (50 mila tonnellate, Alaska, 1989). Ma siamo del tutto in linea con la macchia nera provocata da un altro pozzo, l’Ixtoc I, sempre nel Golfo del Messico (550 mila tonnellate, 1979).

 

Cosa pensare?
Le dimensioni degli episodi sono notevoli e gravissime. Non può e non deve bastare un affrettato paragone per ridurre la questione, che rimane in tutta la sua complessità. Il recente incidente e le sue connesse conseguenze ripropongono agli esperti la drammatica polemica sulle due cause principali di perdita di petrolio, che sono riconducibili – come già è stato evidenziato – alle petroliere e alle attività di produzione di greggio in mare (con piattaforme off-shore). Il trasporto di greggio ha dato origine a numerosi casi di incidenti, che tuttavia sono andati diminuendo a seguito del miglioramento delle attività di stoccaggio e del livello di sicurezza adottata. Secondo l’Interntional Tanker Owners Pollution Federation, che compie stime e osservazioni sul fenomeno, “nel decennio 70-80 sono state riversate in mare dalle petroliere circa 3 milioni e 200 mila tonnellate di greggio, mentre dal 2000 ad oggi sono state perse negli oceani 210 mila tonnellate”. Come si vede da questi numeri, la quantità di greggio disperso dai bastimenti è notevolmente diminuita. Differente è invece lo scenario che si apre per le altre attività. Un impatto che così commenta Luigi De Paoli, docente di economia applicata all’università Bocconi: “oggi circa il 40% del petrolio è prodotto attraverso le piattaforme off-shore. Nel mondo vi sono diverse migliaia di piattaforme marine e di queste più della metà, pari a circa 4 mila, sono collocate nel Golfo del Messico”. In Italia ve ne sono un’ottantina, in prevalenza concentrate nel Mare Adriatico e considerate tecnicamente semplici perché operano con un battente d’acqua di poche decine di metri, essendo il fondale del mare italiano piuttosto basso. Le difficoltà cominciano laddove la profondità da aggredire è di almeno mille metri, una misura che non è più rara, ma che costituisce la norma.

 

Un fondo profondo
Oggi che si è superata la frontiera dei mille metri (si è già arrivati a perforare l’oceano in punti ad oltre 3 mila metri di profondità) la questione si complica notevolmente trascina con sé rischi ambientali prima impensabili. La piattaforma off-shore Deepwater Horizon perforava un punto dei fondali del Golfo del Messico a 1500 metri di profondità e le trivelle si spingevano nel sottosuolo per altri 4 mila metri circa: in tutto un’operatività a oltre 5 mila metri di distanza dal punto di controllo. Dal punto di vista tecnico – assicurano però gli esperti geologi di varie accademie e di diverse società di perforazione – non vi sono problemi. Le difficoltà vere, al di là della profondità, sono legate alle condizioni climatiche e alle correnti marine. Ma non solo. Per John Kessler, un oceanografo texano di fama internazionale, “i rischi sono legati anche alle fuoriuscite di metano. Nel Golfo del Messico – sostiene – non si sta perdendo solo petrolio ma anche gas naturale e questo aumenta e aggrava i rischi connessi al disastro, con ricadute a cascata sull’ambiente e sull’assetto geologico dell’intera zona. Il metano, in alte concentrazioni, priva l’acqua di ossigeno, soffocando la vita marina, creando vaste zone morte e inibendo il collasso naturale del pozzo”. Il caso della Deepwater Horizon è cronologicamente il terzo grave episodio di disastro ambientale legato a piattaforme off-shore. Tuttavia occorre considerare che a causa della riduzione delle possibilità di cercare e trovare petrolio in terraferma, le prospettive di esplorazione e perforazione in alto mare aumentano di anno in anno. Il prossimo sviluppo delle attività è atteso dall’off-shore africano e sudamericano (in particolare lungo le coste brasiliane). Dunque è poco probabile che le aziende energetiche allentino le loro attenzioni sull’estrazione sottomarina. Piuttosto è e sarà compito dei governi e delle istituzioni internazionali mettere in campo riflessioni e regole utili a confezionare e ridurre i rischi, perché solo da una pressione internazionale può nascere un controllo più efficace.

 

Dove puntare l’attenzione?
E’ ovvio che di fronte a queste valutazioni, gli ambientalisti e gli analisti del rischio stiano puntano l’attenzione su altri possibili casi futuri. Che sarebbero anche già stati individuati. Sono almeno 4 le piattaforme off-shore il cui livello di rischiosità ambientale avrebbe già oltrepassato la soglia di allerta. In primo luogo esiste la piattaforma Hibernia, situata a 300 chilometri dalle coste di Terranova, in una zona climaticamente molto fredda, che potrebbe essere la possibile preda di un iceberg. Poi esistono alcune piattaforme a rischio nella zona del delta del Niger, un’area caratterizzata da una forte presenza di pantani e residui bituminosi. La terza zona a rischio è stata individuata lungo le coste brasiliane, ad alcune centinaia di chilometri a sud di Rio de Janeiro, dove agiscono con particolare forza e virulenza gli uragani. Infine c’è la zona del Mare dell’Est in Cina, dove la complessità geologica (per la presenza di giacimenti di gas metano) inducono gli esperti a tenere alta l’attenzione. E’ dallo studio e dalla valutazione di questi casi specifici che può nascere una migliore e maggiore competenza, tecnica e produttiva. Perché, come ha anche sottolineato il presidente americano Barack Obama, “l’attività di estrazione andrà avanti”.