Innovazione “Made in Italy”: dèjà vu

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Le opinioni di Paolo Bertoluzzo (Vodafone Italy), Corrado Sciolla (BT Italy), Sergio Rossi (Oracle Italia), Alessandro Falciai (DMT) e Rosario Amodeo (Engineering)

Lo scorso 9 settembre si è tenuto per iniziativa di Oracle e Insead Alumni Association presso il Palazzo Clerici a Milano un incontro sulla Innovazione “Made in Italy”. Scopo principale verificare la capacità del nostro Paese di innovare in tecnologia e rendere l’innovazione tecnologica, di matrice ICT ma anche organizzativa o altra natura, un reale e potente strumento di crescita.
In verità si è parlato molto di telecomunicazioni e informatica e poco di innovazione in senso stretto se si esclude la dissertazione (senza però proiezione di dati o rilascio di comunicati) di Soumitra Dutta, professore di Business & technology dell’Insead che ha citato alcuni risultati dell’ultima edizione del Global Tecnology Report. Ebbene dal confronto internazionale in materia di innovazione tecnologica, come ormai si va ripetendo da tempo, l’Italia esce molto male. Nel rating complessivo occupa la 48ma posizione ma in parecchi dei parametri usati per questa compilation il nostro Paese si trova oltre la 100ma posizione. Ad esempio occupa il118mo posto per quanto riguarda l’utilizzo della tecnologia da parte della PA, nonostante l’impregno del ministro Brunetta e un piano, l’eGov, di cui si sono perse le tracce. A essere messo sotto accusa è soprattutto il governo, quasi sempre artefice delle politiche innovative in quei Paesi, come Singapore e Finlandia, dove la tecnologia ha dato e sta dando un contributo significativo allo sviluppo dell’economia. Il ruolo dei governi – ha ribadito Dutta – è duplice: essere leader nelle iniziative di proposizione di piani e essere al tempo stesso attore principale dell‘utilizzo degli strumenti tecnologici. “Mi meraviglio – ha puntualizzato il professore – che malgrado questa latitanza in Italia si sia fatta molta strada sul terreno del mobile, cosa risaputa, ma anche nell’utilizzo di Internet nelle imprese”. I rischi connessi alla mancanza di una visione politica, da parte governativa ma anche imprenditoriale, sono oggi alti perché la soglia di accesso alle tecnologie si è molto abbassata e anche i Paesi in via di sviluppo possono oggi liberamente usufruirne, come sta dimostrando la Cina. La Cina più dell’India che per ora, come prova l’esperienza nel software, si limita a ricoprire più un ruolo di esecutore che fare sviluppo. Poi ci sono luoghi dove la capacità di innovazione è germogliata in modo naturale. È tuttora il caso della Silicon Valley, che è tornata ad attrarre talenti, come hanno confermato alcuni neo-imprenditori presenti all’incontro. Devono andare all’estero perché il sistema Paese li scoraggia. A scoraggiarli non è solo la mancanza di un quadro diciamo così formativo e stimolatrice da parte del governo. Ma le stesse grandi industrie che potrebbero trarre vantaggio dal loro innesto non li considera più di tanto, anche in chiave economica. Le banche italiane, pur avendo resistito meglio delle loro rivali estere alle turbolenze finanziarie, non hanno acquisito una mentalità di sostegno al finanziamento delle idee. Cose già viste e sentite. Quello che manca – ha ripetuto l’esperto dell’Insead – è una cultura collettiva rivolta all’innovazione che invece nella Silicon Valley e anche in altre aree del mondo si è venuta formando in modo naturale. Singapore è permeato da questa volontà, a cominciare dei ministri al governo che hanno fatto dell’innovazione la principale leva dello sviluppo, giocando a tutto spiano anche sulla semplificazione degli adempimenti burocratici.
Non è inoltre un caso che là dove si fa innovazione la larga banda sia una infrastruttura diffusa e efficiente. Donde la necessità anche da noi di un piano di velocizzazione per il passaggio dal rame alla fibra. Una necessità ribaditala Paolo Bertoluzzo, Ceo Vodafone Italy, che da tempo sta portando avanti, senza grande successo, una iniziativa di rete alternativa a quella di Telecom Italia. Ovvero un investimento di 2-3 miliardi di euro in cinque anni per portare in una quindicina di arre la velocità a 100 megabit. Per questo ha invitato alcuni altri operatori a unirsi in questa impresa, sotto la spinta di una obiettivo europeo: arrivare nel 2010 ad offrire alla metà della popolazione connessioni a questa velocità. Bertoluzzo appartiene probabilmente alla schiera di coloro che ritengono che con la modernizzazione e innovazione nella rete ultra band la domanda di nuovi servizi si generi da sé. Di avviso diverso si è detto invece Corrado Sciolla, Ceo di BT Italy, che non avverte questo bisogno e non crede in una avventura senza il coinvolgimento di Telecom Italia. In Gran Bretagna BT ha separato la rete (Open Reach) e il modello funzione. Perché, sottende, non fare una cosa simile anche in Italia? Da noi – ha aggiunto – manca la capacità di ingegnerizzare l’idea, ovvero trasformare l’idea in business, non solo perché non si destinano risorse adeguate alla ricerca ma perchè manca un sistema formativo per i giovani e un venture capital sviluppato.

BB nel segno della profittabilità
A proposito delle di reti di nuova generazione (NGN, New Generation Network) è circolata nei giorni scorsi un documento AgCom, in verità per uso interno del Comitato NGN Italia, in cui si trovano concetti inediti su come l’Italia dovrebbe preparare e gestire il passaggio alla banda ultra larga. La parte interessante è quella che prevede due fasi: una denominata Overlay, in cui le due reti, in rame e fibra ottica, coesisteranno per alcuni anni, e una denominata Total Replacement, in cui la rete vecchia sarà “dichiarata” fuori uso. In questo documento, a torto o a ragione, si sostiene chela decisione di passare alla seconda fase venga proposta come di competenza esclusiva di Telecom Italia, cosa che desta qualche preoccupazione considerando la lentezza dell’ex operatore incumbent nell’aggiornamento degli apparati esistenti. Non meno sorprendente è l’idea di dividere l’Italia in tre fasce a seconda delle profittabilità delle diverse zone geografiche. Se la suddivisione mostra di avere una certa logica, paventa anche un rischio: si potrebbe prospettare un possibile scenario in cui le aree del Cluster 1 non devono preoccuparsi perché gli operatori hanno tutto l’interesse a fornir loro connessioni di prima qualità, quelle del Cluster 2 dispongono di connessioni accettabili anche se devono sottostare a dei compromessi (come ora in alcune zone arrivano i 20 Mbit/s, in altre a malapena 2 Mbit/s) mentre le aree del Cluster 3 possono ringraziare se vedono i 640 Kbit/s (e tipicamente si tratterà di quei luoghi dove oggi l’Adsl nemmeno c’è). Nel segno della profittabilità sembrano andare le ultime volontà dell’AgCom ma visto cosa è successo fino a oggi, i giochi sono da ritenere ancora aperti. Come del resto sono stati confermati dai partecipanti all’evento Insead, in particolare da Bertoluzzo e Sciolla.
Per scongiurare un panorama di questo tipo era stato predisposto già nel 2009 un piano da 800 milioni di euro (pochi ma almeno qualcosa si cominciava a spendere) i cui fondi furono a suo tempo dirottati per difendersi dall’epidemia di influenza A! Ci sono vari modi di implementare il concetto di innovazione. Non solo sotto forma di un broadband evoluto o di nuovi prodotti hardware e software come fa Oracle, società dedita all’innovazione per eccellenza: grazie a una sessantina di acquisizioni, tra cui recentemente Sun, è arrivata alla soglia dei 30 miliardi di dollari di fatturato. “Adesso – ha specificato Sergio Rossi, il Ceo di Oracle Italia – abbiamo sviluppato il modello delle competenze, come aspetto di innovazione che trascende il prodotto ma investe l’organizzazione. Noi abbiamo le competenze sui prodotti; i nostri partner, più di mille nel nostro Paese, sui clienti. Insieme esprimiamo una capacità di ‘fare sistema’ che è la chiave di volta per valorizzare anche le competenze nazionali su scala internazionale, senza complessi di inferiorità dei tecnici italiani”.
Recriminazioni? Si e tante. Alessandro Falciai, presidente e AD di DMT (società quotata in Borsa, con una forte presenza di investitori esteri), ha ricordato il suo caso. “Ho sperimentato parecchie difficoltà a fare innovazione in Italia, in un settore poi neanche tanto di avanguardia, quello delle torri per telecom e broadcasting. Con la conseguenza di perdere una leadesrship che potevamo cavalcare”. Il riferimento è al digitale terrestre: l’Italia era partita in tempo utile, ma poi ha accusato un ritardo di 4-5 anni che le è valso il primato mondiale e per di più ora sta investendo usando tecnologie già considerate vecchie.
Ancora più drastico Rosario Amodeo, Ad di Engineering, “Il Paese – è il suo punto di vista – non è propenso ad assumere rischi. In Italia una Sap non avrebbe potuto nascere perché il mercato l’avrebbe respinta. Scuola e ricerca sono i soli possibili rimedi ma richiedono tempo. Non vedo altre vie di uscita, se non arrampicandosi sugli specchi o procedere in modo mirato come stiamo facendo noi di Engineering con i progetti di città intelligenti e l’Internet del futuro, in collaborazione con l’Unione Europea”.