I cambi, il dollaro e l’oro

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Nell’era della globalizzazione incerta gli investitori e gli operatori economici sono alla ricerca di beni di riferimento stabili

Il dollaro e l’euro sono importanti, ma il loro appeal è in calo. Su tutto svetta l’oro, che anche un’ istituzione come la Banca Mondiale considera non più e non solo un bene rifugio ma il vero e unico bene di riferimento per tutti i sistemi economici. Con un’altra iniziativa senza precedenti, la Federal Reserve ha spinto nuovamente sul pedale dell’acceleratore e all’inizio di novembre ha acquistato titoli di stato liberando sul mercato altri 600 miliardi di dollari. Si tratta di una somma ingente, seconda per entità a quella iniezione da 750 miliardi di dollari compiuta poco più di un anno fa per aggiustare il circuito del credito, abbattere la dannosità dei titoli tossici e avviare il risanamento di un sistema in bilico. Dunque la crisi non è finita se c’è ancora bisogno di misure straordinarie? Il quantitative easing, l’operazione con cui si iniettano risorse per stimolare l’economia, è il classico espediente adottato dalle amministrazioni statunitensi per far circolare denaro e riportare la fiducia tra gli operatori e le imprese. La tecnica è stata utilizzata ampiamente da Alan Greenspan in precedenza e ora con Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve. Con queste iniziative si tamponano le falle nel presente, ma la scelta si ripercuote poi in futuro con espansioni inflattive e con perdita del potere d’acquisto da parte dei titolari di reddito fisso, soprattutto se appartenenti alle fasce basse. In un Paese come gli Stati Uniti si è scelta sempre questa strada (stampare, moltiplicare e distribuire dollari), a differenza della realtà europea, fortemente condizionata dall’impostazione tedesca che, memore del trauma dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar, dalla fine della seconda guerra mondiale ha sempre spinto per la difesa della valuta. Prima il marco forte, ora l’euro: lo spirito non cambia. Anche in questa recente occasione del nuovo quantitative easing della Fed (mossa apprezzata e difesa dal presidente Barack Obama), la Banca Centrale Europea non ha battuto ciglio, rinunciando alla politica inflazionista. Tra Fed e BCE la differenza di vedute, in questo periodo, è notevole, perché viaggiano su corsie che non si intersecano. Da mesi, sulla scia della crisi e della complessa situazione internazionale, il dollaro si è notevolmente indebolito, con il vantaggio di favorire le esportazioni e di ampliare le quote di mercato del Made in Usa: vero ossigeno per le imprese a stelle e a strisce. Ma con l’effetto di alimentare lo stesso vortice inflazionistico, dal momento che in circolazione c’è una massa crescente di dollari, ma il cui valore è decrescente.

 

Masse monetarie fantasma

Con una legge presidenziale del marzo di tre anni fa (c’era ancora George W. Bush alla Casa Bianca), il ministero del Tesoro statunitense non pubblica più il dato mensile della massa monetaria, cioè di quanti dollari si trovano nel circuito. Esistono osservatori indipendenti che monitorano l’andamento e la curva della massa di banconote, ma non c’è più una fonte ufficiale. Cosa vuol dire tutto ciò? Che è difficile stimare quanti dollari ci sono oggi in giro proprio perché il dato non viene comunicato. Un fattore di preoccupazione per varie nazioni del pianeta, costrette a pagare le materie prime in dollari (petrolio, gas, cotone, oro). Da qui la proposta, in alcune aree, di abbandonare il dollaro come valuta sovrana per i pagamenti, sostituendola con un paniere di monete (che oltre ad una parte di dollari prevedano anche euro e yen) o addirittura con nuove monete coniate per avviare nuove fasi storiche. Così ad esempio ci sarebbe un progetto per introdurre il Gulfo nella zona asiatica dei Paesi arabi e per avviare l’Amero in America centrale e meridionale. Gulfo e Amero sarebbero monete paragonabili all’euro, valuta comune in un continente. Una scelta che gli Stati Uniti non condividono e che tengono a relegare nel campo delle ipotesi, dichiarando che, invece, il vero problema risiederebbe nelle ingenti riserve di liquidità non reinvestite da parte delle banche centrali di paesi come la Cina, in forte surplus commerciale. L’effetto sui mercati delle materie prime e dei cambi da parte dell’ipotetica introduzione di nuove monete comuni si farebbe sentire, dal momento che molti operatori commercerebbero non più e non solo in dollari, ma anche e soprattutto in altre valute. Si potrebbe verificare una fuga dal dollaro, dal momento che oggi esso è tesaurizzato ai fini di riserva e di strumento dei pagamenti internazionali. Lo scenario è alquanto dinamico, accattivante e complicato. Con gravi rischi e problemi sottocutanei, come ben evidenzia il comportamento dell’oro, il cui prezzo è in ascesa e macina record dopo record.

 

Oro su tutti

La corsa all’acquisto del metallo giallo è il risultato di un generale clima di sfiducia che coinvolge:

1) il dollaro e la sua economia, dai fortissimi potenziali inflattivi;

2) l’euro, a causa della pesantezza del debito pubblico di alcuni paesi partner (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda) a rischio di default;

3) i mercati finanziari, su cui non si riversano facilmente i capitali e la liquidità disponibili.

 

I vettori di queste forze si intrecciano e contribuiscono a rafforzare ulteriormente l’oro, con una modalità a spirale, tipica dei fenomeni economici altamente emotivi. Del problema si è accorta anche la Banca Mondiale, che per bocca del suo presidente, Robert Zoellick, ha fatto sapere alle nazioni del G-20 che “sarebbe opportuno ripensare ad una nuova versione del Gold Standard per guidare i movimenti delle valute”. Zoellick ha dichiarato apertamente la versione del nuovo verbo anche sulle pagine del Financial Times, dove ha spiegato che “una versione aggiornata del sistema del Gold Standard potrebbe contribuire a riorganizzare l’economia mondiale in una fase così delicata e carica di tensione”. Quale modello spinge l’adozione dell’oro come parametro di valore per le monete? Secondo alcuni osservatori si dovrebbe imporre una piattaforma di scambi monetari mondiali non più basata sui rapporti di forza reciproca, ma sul loro riferimento all’oro, che risulterebbe un parametro di paragone efficiente e unico per tutti. Il valore dell’oro avrebbe implicitamente in sé le aspettative dei mercati su inflazione, deflazione e valori scontati delle valute. E le valute, pur in un clima aperto di cambi, risulterebbero più stabili perché i tassi di cambio sarebbero il risultato del rapporto tra la singola moneta e l’oro. “Si dovrebbe andare verso un regime di cambi non più competitivo ma cooperativo”, sostiene Zoellick, intendendo che si deve rinunciare alla conflittualità sui cambi come risvolto delle guerre commerciali in atto. Tutto ciò è anche il risultato di un mondo multipolare, dove i baricentri della produzione e della ricchezza si spostano verso le aree dell’Oriente (più povero) e dove i debiti si caricano a Occidente (più opulento). Non c’è dubbio che il concorso di tutte queste forze in atto contribuirà a spingere l’oro verso una dimensione di bene di riferimento, oltre che di bene rifugio. Con tutti gli effetti conseguenti sulle economie e sui rapporti internazionali di imprese e paesi.