Il ritorno al futuro

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Incontriamo Umberto Paolucci, uno dei protagonisti dell’informatica italiana

Fondatore negli Anni ‘80 della filiale italiana di Microsoft di cui è stato presidente per 25 anni, Umberto Paolucci è tra gli attori dell’incredibile sviluppo di un settore d’industria che ha rivoluzionato e ancora sta cambiando il mondo del lavoro, della ricerca, della formazione, dell’impiego del tempo libero … in definitiva la nostra società. Nelle scorse settimane, come largamente pre-annunciato, Paolucci ha definitivamente lasciato il suo ufficio in Microsoft. Non per godersi la pensione come il merito anagrafico suggerirebbe. L’Ingegnere ha ancora tante idee e voglia di fare, come ci racconta in questa intervista.

 

Lavorare oltre vent’anni in uno dei settori più dinamici dell’industria, in una società che nello stesso periodo è diventata leader mondiale del software. Che cosa le resta?
In questi giorni sto buttando carte e mettendo a posto i miei archivi in ufficio, per chiudere questo lungo rapporto professionale con Microsoft. Un’occasione per ripercorrere e tracce del passato. La mia segretaria, con me da vent’anni, non butta via nulla e quindi abbiamo ritrovato le carte relative a interventi e convegni ai quali ho partecipato nell’arco di 25 anni. Il cambiamento è stato veloce ed è sorprendente riscoprire che si è lavorato per mesi o anni su cose che oggi passano in un battito di ciglia. Il fatto di poter ottenere dalla stampante qualcosa di simile a ciò che si vede sullo schermo era oggetto di dibattiti, di release diverse del software, di tentativi non sempre riusciti. Si discuteva anche sul fatto di poter lavorare a distanza, disponendo di modem con velocità un po’ superiore a quella di un telex! Su queste cose che oggi ci sembrano ovvie abbiamo lavorato e dibattuto per anni nei convegni. Fa impressione ripercorrere i passaggi che ci hanno portato dove siamo ora. E io ho cominciato a occuparmi di software 40 anni fa, molto prima di entrare in Microsoft, caricando i programmi con schede e il nastro perforato. Anche di questo ho trovato traccia nell’archivio, dei miei precedenti impegni in HP e nella californiana General Automation. Ho ritrovato anche le interviste a me fatte dai giornali, che tengo care. Guardare 40 anni di storia informatica dà le vertigini, ma io penso che sarà lo stesso in futuro quando guarderemo ai tempi d’oggi. Non ci si ferma mai assolutamente.

 

Possiamo già parlare dei suoi progetti nel venture capital?
Non più di tanto, perché siamo all’inizio e non mi piace vendere cose che non ci sono ancora. La macchina è in moto da un po’ di tempo, ma non ha ancora prodotto alcun investimento e in alcuni casi ho obblighi di riservatezza verso le controparti. Mi auguro di poter dire qualcosa in tempi ragionevolmente brevi anche perché se i tempi diventassero troppo lunghi potrei non essere più io a dirlo. Ho cercato comunque di non occuparmi di cose troppo piccole, anche se ho messo in cantiere un paio di startup. Voglio vedere l’albero crescere senza che la terra diventi troppa piccola o non fare a tempo a vederne lo sviluppo. Un paio di piccole cose. Anche nel settore informatico.

 

Quali cambiamenti dobbiamo attenderci nel futuro dell’informatica?
Penso alla mia esperienza nell’avvio di una nuova società holding d’investimenti. È una società con pochissime persone che stanno in luoghi diversi, Italia, Stati Uniti, e che si avvale per l’infrastruttura informatica di Bpos, soluzione cloud di Microsoft per le imprese che non vogliono avere i problemi della gestione in proprio dell’IT. È sorprendente avere una infrastruttura affidabile e sicura senza aver speso tempo nella creazione e nella messa a punto. Queste cose oggi ci sembrano ovvie ma nel passato non lo erano. Ci stiamo abituando a usare i servizi cloud, ma non abbiamo ancora capito le implicazioni che questi possono avere come piattaforme abilitanti per il cambiamento. È straordinario il fatto che tutti, ovunque, possano disporre di tanta potenza di calcolo attraverso PC e altri dispositivi portatili ultraleggeri. Ho l’impressione che la narrazione non sia finita. Tant’è vero che dopo 25 anni in Microsoft mi piacerebbe vivere un altro pezzettino di questo percorso, anche in realtà non del settore informatico. Voglio investire non solo su aziende che si occupano d’informatica e di software, ma anche su realtà che grazie alla tecnologia possano trarre forza per il cambiamento e la trasformazione. Questo è ciò che sto facendo con alcuni partner e collaboratori: cercare le opportunità di creazione di valore che sono abilitate dalle tecnologie che ho conosciuto. Se poi tutto questo ci porterà a impegnarci in aziende che si occupano d’informatica va bene lo stesso.

 

Quali sono le sfide da vincere per rendere l’informatica più significativa di quanto lo è oggi?
Non c’è solo il raggiungimento del leading edge tecnologico o ciò che si può mettere a punto in un laboratorio. C’è l’innovazione vera e propria: il deployment, ossia la scalabilità nelle quantità, l’impatto sui grandi numeri e la conseguente trasformazione della società. Credo che una sfida consista nel mettere in gioco le tecnologie su teatri operativi che finora sono rimasti emarginati: sia in termini geografici sia sociali come anche in termini demografici. La risposta d’interesse verso gli strumenti informatici da parte delle fasce di età più giovani è tranquillizzante, almeno dove non è inibito da condizioni economiche disastrose. Anche nei casi peggiori si cercano soluzioni ad hoc e approcci low cost. Nelle fasce demografiche dell’età avanzata la sfida resta. La direzione che sta prendendo il mondo del lavoro, non solo in Occidente ma sostanzialmente dappertutto, richiede padronanza dei nuovi strumenti. Anche qui c’è una sfida nella “messa in atto” delle tecnologie, nel coinvolgimento, nell’abbassamento del livello di accesso. È una sfida planetaria che dimostra quanto la nostra missione sia lontana dal compimento. Io credo che il cambiamento stia procedendo, grazie all’impegno dell’industria alla semplificazione degli strumenti informatici e al coinvolgimento di tutti. Una corsa che vale la pena di fare. Ciò che sta facendo oggi Microsoft con Explorer 9, per esempio, va assolutamente in questa direzione. È uno strumento molto più semplice e accattivante. Lo stesso spirito che ha Windows 7

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Quanto contano semplicità e coinvolgimento?
Dalle doti dei prodotti dipende il coinvolgimento delle persone. Non voglio parlare solo di Microsoft che certamente è portabandiera di questo spirito. Altre aziende fanno altrettanto bene in diversi campi. È uno sforzo collettivo. Sono davvero molte le società che creano soluzioni che fanno da stimolo all’uso dell’IT nel maggior numero possibile di situazioni della vita quotidiana. Mia nipote di cinque anni, frequenta i suoi siti Web con il suo netbook personale. Con i bambini di quell’età la battaglia è vinta, anche se bisogna stare attenti a ciò che fanno in rete. Fa cose che io non sapevo fare a 20 anni, quando le soglie di difficoltà per usare un computer e le possibilità di metterci sopra le mani erano ben diverse.

 

L’informatica diffusa e l’arrivo nel mondo del lavoro dei “nativi digitali” che impatto avrà sulla nostra società?
Credo che già in questa fase, anche senza attendere il salto in avanti delle cloud, la tecnologia sia stata incorporata nella maggior parte dei processi che fanno funzionare la nostra società. Siamo in una sorta di sistema operativo in cui è più facile disporre di nuove funzionalità piuttosto che non averne. Dove è più facile salire a bordo piuttosto che restare fuori, anche per via dell’alto livello di accettazione sociale. Credo che in tutti i settori della società si debba “salire a bordo” delle tecnologie e tenere conto di ciò che significa disporre di strumenti tecnologici che consentono trasparenza, visibilità e possibilità di condividere informazioni. Strumenti che consentono di capire più velocemente che cosa ha senso e che cosa non lo ha per un Paese, per un segmento di popolazione, per una città. L’evoluzione della democrazia e della partecipazione democratica non può prescindere da questo. La tecnologia offre la possibilità a chi decide di avere dei feedback molto più immediati, liberandoci dalla schiavitù dei sondaggi. C’è la possibilità di “guidare più veloce” e accettare le sfide del cambiamento. E chi non partecipa alla fine resta indietro. Lo scenario che ci offre l’attualità italiana non sembra compatibile ciò di cui stiamo discutendo, ma credo comunque che i problemi verranno superati. La tecnologia si è evoluta più velocemente delle persone, forse le cose si risolveranno quando avremo un ricambio generazionale. Mi sto addentrando su un terreno difficile, in cui dovrei fare nomi e raccontare vicende; non è il caso. Ci sono degli anacronismi evidenti tra ciò che si fa e ciò che invece sarebbe possibile fare per interpretare il cambiamento, sfruttare le possibilità del Paese e dell’Europa unita. È un peccato capire che cosa occorre fare e non poterlo fare per colpa dei legami eccessivi con il passato. Credo comunque nella “selezione positiva” e in una sorta di “evoluzione della specie” che faranno emergere coloro che sono in grado d’interpretare il potenziale del cambiamento. Serviranno molte persone di qualità. Qui si apre il discorso dell’università e di come i nostri giovani entrano nel mondo del lavoro e con quali bagagli, non solo tecnici, ma anche di formazione civile e di motivazione. Un discorso complicato. Le conquiste già fatte e la comprensione di ciò che serve fare mi rende comunque ottimista. Abbiamo compreso il problema, ne stiamo parlando; mi auguro si cominci a fare qualcosa con maggiore determinazione. Non c’è solo da superare una crisi.

 

Che cosa potrebbe davvero aiutare il nostro Paese?
Ci sono temi di cui si parla da tempo e su cui la convegnistica ha alimentato la retorica dell’innovazione e della ricerca. Credo che ci si debba focalizzare sulla quantità di risorse effettivamente disponibili e quindi su quelle che è possibile allocare per avere ritorno sull’investimento. C’è un tema di cui non si parla mai e che riguarda le cose da non fare più. Ossia dove disimpegnare risorse per poi utilizzarle per fare le cose che realmente ci servono. Occorre affrontare, anche in modo crudo, la valutazione delle opportunità che abbiamo e di quelle che non abbiamo più. Serve ricavare risorse non solo in termini di denaro, ma anche di focalizzazione, eliminando le distrazioni. Serve fare delle scelte e la volontà di andare in una precisa direzione. Serve iniettare nella mentalità civile la logica della misurazione, del capire quanto bene si sta andando nella direzione che si è scelta. Quando vediamo Brunetta insistere ripetutamente su cruscotti, sui numeri, sull’impatto, penso che il messaggio sia giusto. Non dico che è più bravo di altri, ma che ha colto ciò che finora è mancato in una realtà che è fatta anche di numeri, di tappe e di obiettivi da raggiungere in un certo tempo. Questo è utile a chi non voglia nascondersi nella nebbia delle dichiarazioni vaghe e che accetti di misurarsi con i risultati, salvo poi dichiarare che di non avercela fatta e passare la mano. È così che succede nelle aziende.

 

Insomma serve portare la cultura dell’informazione laddove manca…
Non ho l’arroganza di voler insegnare qualcosa, ma penso che non sia sufficiente ma necessaria una cultura rigorosamente basata sui risultati e sulla misurazione di ciò che si fa in qualunque campo, in qualsiasi tipo di azienda come in qualsiasi organizzazione complessa: territorio, Regione o Paese. Credo che alla fine della nostra giornata di lavoro tutti quanti dovremmo chiederci come in un esame di coscienza che cosa abbiamo fatto, quanto siamo andati avanti nella direzione che ci siamo dati anche se talvolta è duro dover ammettere di non aver combinato niente. Nei 40 anni di cui sono testimone, l’informatica ha contribuito grandemente nel cambiare il mondo. È l’elemento che da solo ha avuto maggiore impatto nella creazione della realtà di oggi, nella creazione dei mercati, della globalizzaizone, delle comunicazioni, nel cambiare il modo di percepire se stessi in rapporto con gli altri. Possiamo essere ragionevolmente soddisfatti di ciò che il nostro settore ha dato, naturalmente con tanti morti e feriti sul suo percorso: aziende che non ci sono più o la cui eredità è andata a beneficio di altri. Un impulso nella direzione di un cambiamento positivo.

 

Scriverà un libro?
Mi è stato chiesto diverse volte nel corso degli anni, ma ho deciso di non farlo. Un po’ per motivi scaramantici: la cosa ha il sapore di una conclusione e io odio le conclusioni. Preferisco le cose che nascono a quelle che finiscono. Ho parlato di ciò che ho visto e che ho imparato nel mio lavoro in molte occasioni pubbliche, condividendo con gli altri l’esperienza in forma verbale. Non so se cambierò idea. In questi anni ho lavorato molto sulle persone, aiutando come mentor uomini e donne a cui Microsoft ha affidato filiali e altre ampie responsabilità. Conto sull’un effetto di amplificazione: se io aiuto una persona a fare meglio il suo lavoro e questa ha un migliaio di dipendenti allora c’è stata una propagazione. Anch’io ho imparato molto dalle persone: un lavoro molto bello che non voglio abbandonare. Mi ha consentito di ricevere molto e forse di invecchiare meno velocemente, perlomeno nella visione di ciò che resta da fare. In Microsoft ho avuto la fortuna di lavorare con gente di grande qualità: oltre a Bill Gates e Steve Ballmer ci sono molte altre persone alle quali sono molto grato. È stato un privilegio restare in questa azienda così a lungo. E dato che non amo le conclusioni, molti di questi rapporti continueranno…