Federalismo e debito pubblico

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Nel corso del nuovo anno dovranno essere affrontati i nodi cruciali del federalismo fiscale e del debito pubblico, pena il progressivo allontanamento del nostro Paese da un modello virtuoso che l’Europa ci chiede

Per gli industriali si deve ridurre al più presto il fardello del debito, altrimenti si rischia davvero di entrare in una fase di declino, della stessa natura che ha contrassegnato il destino di Grecia, Irlanda e Portogallo.

Per gli industriali italiani le emergenze da inserire nell’agenda politica e da affrontare nei prossimi mesi sono il federalismo fiscale e il debito pubblico, due nodi cruciali da sciogliere per evitare il declino. Per Umberto Quadrino, presidente e amministratore delegato di Edison e consigliere di Assolombarda, “il tema del federalismo è bipartisan”. Affrontato per la prima volta nel corso degli anni ’90 dal governo Prodi con il ministro Bassanini (1997) e dal secondo governo Amato (2000), il tema del federalismo – riproposto nel 2010 con il documento presentato dal ministro Giulio Tremonti alle Camere congiunte (30 giugno) – è davvero trasversale e rappresenta un pilastro fisso di ogni futura politica. Una scelta di valore o una necessità? “Una necessità – precisa Quadrino – perché ci troviamo a metà del guado. Finora siamo arrivati a trasferire alle regioni circa il 50% della spesa. Di fatto il sistema risulta ancora fortemente accentrato e occorre porvi rimedio”. Il federalismo è una condizione anche per contribuire a riordinare la contabilità dello stato, il cui debito ha superato i 1860 miliardi di euro. Si tratta di una dimensione che rappresenta poco più o poco meno del 120% del Prodotto Interno Lordo, mentre il Patto di stabilità europeo ci impone di ridurre questa componente al 60% del Pil. Per Antonio Pilati, componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, “gli studi di macroeconomia ci consentono di affermare che i Paesi che presentano un valore del rapporto debito/Pil superiore al 90% fanno fatica a crescere e mostrano tassi di sviluppo irrisori”.

 

Questioni cruciali

Dunque il tema è un vincolo alle decisioni che dovrà prendere ogni tipo di politica, sia essa più liberale, sia essa più spostata verso il sociale. La questione centrale è dunque: come ridurre progressivamente il debito? “Oltre al federalismo fiscale che è un’operazione permanente, in grado di rendere più efficiente il sistema – evidenzia ancora Pilati – si deve pensare anche a misure straordinarie come la vendita degli asset patrimoniali dello stato”. L’idea era stata avviata dal ministro Giuseppe Guarino nel 1993 (governo Amato) ed è poi proseguita con altri vari ministri di altri governi, tra cui lo stesso Giulio Tremonti. Oltre a ciò si deve puntare ad una pesante riduzione delle spese a livello di amministrazione pubblica centrale. Secondo Antonio Costato, vice presidente di Confindustria con la delega per il federalismo e le autonomie, “è impensabile che la macchina amministrativa e burocratica necessiti di circa 800 miliardi di euro all’anno e sia in grado di farne arrivare solo 720. C’è uno squilibro di 80 miliardi di euro all’anno che si scarica direttamente sui conti pubblici. Ciò appesantisce il fardello e impone il ricorso alla finanziarizzazione del debito, anche con strumenti derivati, che ha il conseguente effetto di far rincarare la dose alla fase successiva e di far lievitare il debito stesso”.
Con Tremonti nel giugno del 2010 si è dato vita al federalismo demaniale, a Roma capitale, alla definizione del fabbisogno standard dei Comuni e alla definizione delle aree metropolitane: “tutti passi necessari per progredire lungo l’asse di un nuovo paese di tipo federale anche se resta ancora molto da fare ”, commenta Quadrino. “Occorre tenere presente il quadro congiunturale in cui ci troviamo – sottolinea Costato – perché sono ancora e soprattutto le regioni del Nord a pagare lo scotto dell’inefficienza complessiva, tenendo presente che dalla fine della guerra fredda e con la caduta del muro di Berlino, sono riemerse, per non dire resuscitate, le matrici identitarie di alcune regioni europee. Si pensi allo sfaldamento della Jugoslavia e dell’ex Impero sovietico, mentre la Germania si è riunificata”.

 

Il ritorno del territorio

A ciò si aggiungano l’avvio dell’euro e la crescente burocratizzazione a livello europeo, fattori che spingono, per contrasto, ad una maggiore attenzione delle autorità locali verso i temi del territorio e dei cittadini che vi lavorano. Senza dimenticare che la crisi del 2008-09 ha contratto le capacità reddituali e il potere d’acquisto del ceto medio, di fatto sospinto sempre di più verso i livelli sociali più bassi. “Tutto ciò spinge verso una necessaria riconsiderazione delle voci territoriali, proprio laddove le nuove regole comunitarie come il patto di stabilità e la necessità del federalismo impongono un rigoroso equilibrio dei conti: tante risorse entrano nell’amministrazione pubblica locale e tante devono uscirne, pena un aumento delle tasse o una riduzione dei servizi erogati”, sintetizza Piero Giarda, docente di economia all’Università Cattolica di Milano. Oggi si finanziano i comuni secondo metodi e criteri che sono del tutto casuali, senza tenere conto dei bisogni e dei costi reali per affrontarli. “Anche tra le regioni più ricche – continua Giarda – esistono profonde differenze. In Lombardia è ad esempio molto alta la voce di spesa della sanità. Se si dovesse applicare alle altre regioni ricche del Paese un’aliquota contributiva tale da pareggiare il livello di costo che affronta la Lombardia per la sanità e la scuola, ci sarebbe un rincaro delle tasse di almeno il 15, se non del 20%”. Come a dire che non c’è solo un problema di perequazione tra le regioni più ricche e quelle più povere, ma anche tra quelle più ricche, in quanto risultano molto diverse tra loro. A livello complessivo, il tasso di crescita del debito pubblico è più alto di quello che presenta il Pil, un divario che rende inquieti anche i più avveduti operatori. “Rischiamo di entrare in una fase di ristagno – illustra Costato – dal quale potrebbe essere difficilissimo uscirne, dal momento che non abbiamo più le armi dell’inflazione e della lira debole che ci hanno ad esempio consentito di superare la crisi degli anni ’70”.

 

Esempi di scelte compiute

Di fronte ad analoghe situazioni si sono trovati – o si trovano tuttora – anche altri Paesi, ognuno dei quali ha individuato una propria strada per cercare di superare la complessità dei problemi. Così ad esempio, il Giappone ha deciso di fatto di non uscire dalla crisi. Tokio ristagna in presenza di un elevato debito e ha scelto di deflazionare il sistema, con l’effetto di allungare il periodo della crisi, procrastinando la data di uscita effettiva. Un altro caso, quello dell’Argentina, è anch’esso emblematico, visto che gli argentini hanno abbracciato la scelta del default, il cambiamento della valuta di pagamento dei debiti, l’aggancio della rendita dei titoli all’andamento del Pil reale e il taglio forzoso della spesa pubblica: si tratta di una scelta non condivisa dagli investitori istituzionali che avevano in tasca i titoli di Buenos Aires, ma che comunque ha avuto effetti pratici di un certo rilievo sul paese sudamericano, dove peraltro vivono circa 15 milioni di italiani. Per ridurre il debito il Cile ha imboccato invece la via delle riforme e delle liberalizzazioni, dove si è tenuto conto anche della specificità demografica di un paese giovane e dalla geografia articolata. Diverse ancora le opzioni esercitate da realtà come la Russia e la Repubblica Ceka. Mosca ha deciso di apprezzare il mostruoso asset di beni e di risorse naturali esistenti (petrolio e gas soprattutto) al fine di ridimensionare il livello del debito, mentre Praga ha di fatto avallato la scelta di responsabilizzare maggiormente i cittadini scaricando dallo stato una serie di voci di spesa come la previdenza e, in parte, la sanità. Tanti esempi e tante storie. Da quale di esse trarrà ispirazione l’Italia, ad un punto cruciale del suo cammino?