Il lungo cammino verso l’uguaglianza di genere

92

Paesi, politiche, culture e aspettative a confronto grazie al Global Gender Gap Report 2010

C’è un indice che da qualche anno misura il gap tra generi nei Paesi; è il Global Gender Gap, frutto di quattro diversi sub indici in grado di radiografare un Paese attraverso le opportunità nel mercato del lavoro, l’economia, l’aspettativa di vita e lo stato di salute, la partecipazione politica e l’accesso all’istruzione superiore (quella di terzo livello, universitaria e post).
Quattro sub indici, punteggio su scala da 0 a 1 (piena uguaglianza di genere) sono gli strumenti per scoprire come un Paese governa le dinamiche di genere. Elaborato dal World Economic Forum, in collaborazione con Harvard University e University of California, Berkeley, il Global Gender Gap 2010 è stato presentato lo scorso ottobre; 134 i Paesi inseriti nel panel, con molte sorprese anche nella Top Ten. Come già accaduto negli anni precedenti, i primi posti della classifica sono occupati dai Paesi dell’estremo nord; prima è l’Islanda, seguita rispettivamente da Norvegia, Finlandia e Svezia; quinta è la Nuova Zelanda, sesta l’Irlanda, settima la Danimarca. Ci sono poi tre new entry nella top ten; Lesotho, ottavo, Filippine, none e Svizzera, decima. Tra i Paesi europei la performance peggiore è della Francia che in un solo anno è passata dal 18eismo al 46esimo posto. L’Italia è 74esima, preceduta però da alcuni Paesi in via di sviluppo tra cui il Mozambico (22esimo) e il Botswana (62esimo). Tra le economie Bric, la Cina è 61esima, la Russia 45esima e il Brasile 85esimo; 134esimo e ultimo dei Paesi valutati nel 2010 è lo Yemen.

 

Il Gender Gap 2010
L’indice è disegnato per misurare i gap di genere nell’accesso alle risorse e alle opportunità, piuttosto che i livelli delle risorse e delle opportunità disponibili nei singoli Paesi. Così facendo l’indice è indipendente dai livelli di sviluppo, rendendo possibile confrontare prestazioni di Paesi in via di sviluppo e Paesi ricchi. Il risultato è che i Paesi sono valutati in funzione della prossimità all’uguaglianza di genere piuttosto che del coinvolgimento femminile nei diversi settori della società, parametro tradizionalmente utilizzato quando si indaga sulle differenze di genere. L’indice permette dunque di accertare la capacità dei Paesi di raggiungere il punto in cui le opportunità per le donne sono le stesse di quelle degli uomini. Proprio per questo, concentrarsi solo sulla classifica dei Paesi senza prestare attenzione al punteggio acquisito rischia, a mio parere, di essere fuorviante, come spesso accade quando si analizzano gli indici. Il punteggio acquisito permette confronti nel tempo; la graduatoria ha il pregio di semplificare la comunicazione e il confronto nell’ambito del medesimo panel esaminato.

 

La Top Ten 2010
La Top Ten racconta di un Nord del mondo da tempo capace di conciliare le esigenze di genere; a guidare la graduatoria è ancora una volta l’Islanda, la cui guida è affidata da anni a una donna, in cui nel 2009 è aumentato il numero delle donne ministro, oltre ad aver quasi raggiunto l’equilibrio di genere nelle proprie aule parlamentari. Elevato tasso di scolarizzazione, appassionata partecipazione politica, le donne islandesi hanno opportunità ormai molto prossime a quelle dei colleghi uomini; manca ancora, invece, l’uguaglianza dei salari, tratto comune a tanti altri Paesi. Per quanto guadagni spazio, la donna è ancora lontana dal pieno riconoscimento salariale rispetto agli omologhi ruoli affidati agli uomini. Dal marzo 2010, sull’esempio di altre esperienze, l’Islanda ha varato una riforma legislativa che promuove l’uguaglianza di genere nei consigli di amministrazione di società pubbliche e private con almeno 50 dipendenti; a queste aziende, a partire da settembre 2013, si chiede di avere almeno il 40% di entrambi i generi rappresentati nei Cda. (Iniziativa analoga, applicata alle aziende quotate, fu applicata in Norvegia nel 2008). Infine, alle imprese, a partire dai 25 dipendenti, è chiesto di rendere pubbliche le percentuali di donne e uomini impiegate e di quelle inserite nel management. Come precisa il Rapporto 2010, tutti i Paesi nordici hanno un livello di scolarizzazione primario e secondario femminile compreso tra il 99 – 100%, pressoché identico a quello maschile; negli ultimi anni, invece, si è osservata una interessante inversione di tendenza nella scolarizzazione terziaria quella di alta specializzazione; ebbene ora sono le donne a costituire la maggioranza della forza lavoro altamente specializzata. In Norvegia, Svezia e Islanda, per esempio per ogni uomo con diploma di laurea ci sono ben 1,5 donne col medesimo livello di istruzione. I Paesi nordici godono inoltre di un ottimo livello medio di salute oltre che una buona aspettativa di vita; le donne hanno di fronte in media dai tre ai quattro anni di salute in più rispetto agli uomini. A tutti questi Paesi, inoltre, va il merito di avere raggiunto ottime prestazioni nel segmento più difficile, quello delle opportunità di lavoro, proponendo contratti e soluzioni che permettono a uomini e donne di alternarsi nelle emergenze o nelle più semplici esigenze familiari, generando tra l’altro un progressivo incremento del tasso di natalità.

 

Donne ai vertici
Tra i tanti primati dei Paesi nordici c’è anche il precoce riconoscimento alle donne del diritto di voto con il risultato di avere oggi un ottimo livello di partecipazione politica ai massimi livelli (governo e parlamento); la Svezia lo concesse nel 1919, la Norvegia nel 1913, la Danimarca nel 1915 la Finlandia addirittura nel 1906. Eppure nella Top Ten 2010 c’è un’interessante eccezione in questo campo: è la Confederazione Elvetica, in cui le donne, pur votando per la Confederazione solo dal 1971, sono oggi la maggioranza nel governo (il Consiglio Federale); ben 4 dei 7 consiglieri federali, infatti, sono donne. A differenza della Svizzera, però, i partiti politici di Danimarca, Svezia e Norvegia introdussero spontaneamente a partire dal 1970 quote di genere (le famose quote rose) destinate a incentivare la partecipazione, risultato pienamente raggiunto tanto che la Danimarca le ha ormai abbandonate, non essendo più necessarie. La Svezia ha una percentuale di donne in parlamento pari al 47%. Per non parlare, poi, delle percentuali rosa nei governi (le donne ministro); 45% per l’Islanda, 53% per la Norvegia, 42% per la Danimarca, addirittura 63% per la Finlandia e 57% per la Svizzera (in Italia raggiungiamo un dignitoso 20 per cento, comunque poca cosa rispetto al Nord Europa).
A questo punto, però, è doverosa una nota di metodo. Il decimo posto conquistato dalla Svizzera non tiene ancora conto della maggioranza femminile del governo, verificatasi solo lo scorso 22 settembre, a rielaborazione dei dati Gender Gap ormai in fase conclusiva. A maggior ragione, dunque, la Svizzera potrebbe presto dimostrarsi un laboratorio stimolante, il laboratorio della “porta accanto”, in cui verificare l’impatto di una maggioranza femminile sulle effettive prestazioni del Paese nell’arena mondiale e sulla condizione femminile nel mercato del lavoro rossocrociato. Le disparità di stipendi e di opportunità infatti permangono anche in Svizzera; se la partecipazione ai vertici della politica è sostenuta, altrettanto non si può certo dire per la presenza femminile nei consigli di amministrazione; la strada da fare è ancora lunga, non c’è dubbio (si veda la tabella 3). Eppure, ritengo che sbaglieremmo se volessimo dare una lettura esclusivamente di genere alle recenti scelte della Svizzera, più legate invece al pragmatismo elvetico. I candidati sono innanzitutto candidati selezionati in funzione del ruolo che rivestiranno; donna o uomo, contano le caratteristiche e le competenze ritenute necessarie per assolvere al delicato compito di Consigliere (di fatto, l’omologo del nostro Ministro). Se a vincere è essenzialmente la professionalità, non c’è bisogno di quote rosa; quando gli Svizzeri (solo uomini) si sono accorti nel 1971 che un Paese senza “l’altra metà del cielo” avrebbe perso molto della capacità di crescere e innovare, hanno votato per l’ingresso delle donne nell’elettorato passivo e attivo.

L’Italia nel Global Gender Gap Report 2010
Concludiamo queste osservazioni con uno sguardo al profilo del nostro Paese. Il grafico che visualizza l’andamento dell’Indice negli ultimi dieci anni ci racconta di una tendenza al progresso, lenta ma costante, pur sempre al di sotto della migliore in Europa, la Finlandia; la tabella 2, che propone la graduatoria 2010 per i Paesi Ue (in cui ho incluso anche la Svizzera), però, ci colloca ancora nelle retrovie, nonostante il costante miglioramento rilevato nel tempo. Nella Ue27 siamo quartultimi seguiti solo da Ungheria, Malta e Cipro. Fa riflettere, ma è coerente con la mappa delle labilità comune ad altri indici, primo tra tutti quello della competitività del World Economic Forum, l’analisi dei sub indici; tra le criticità più evidenti c’è il mercato del lavoro. Criticità ben nota da anni, a cui dà forma anche il 44esimo Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, presentato dal Censis a Roma lo scorso 3 dicembre. Dei 2.242.000 di italiani tra 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano, non cercano lavoro e non sembrano essere interessati a trovarlo, la maggioranza è fatta di donne, con titoli di studio molto bassi (il 51,5% ha al massimo la licenza media). I dati del Censis, tuttavia, lasciano spazio anche a un approccio più costruttivo; nonostante le difficoltà, l’occupazione femminile ha dimostrato di resistere meglio. 105.000 le donne che hanno perso il lavoro tra il 2008 e il 2009 contro i 274.000 uomini. Il Censis, però, osserva che le donne continuano a vivere, dal punto di vista contrattuale, una condizione di rischio maggiore rispetto ai colleghi maschi: “nel 2009 risultano infatti occupate con contratti atipici il 14,3% di esse (contro l’8,9% degli uomini), per lo più con contratti a termine (11,9%) e in parte di collaborazione a progetto o occasionale (2,4%)”.

 

Paesi a confronto: la migliore d’Europa, la nostra vicina Svizzera e naturalmente il nostro Paese

 


Fonte dati: The Global Gender Gap Report 2010 – Grafico a cura dell’autore dell’articolo

 

Tabella 1 – La top Ten 2010

Rank 2010 Paese Punteggio 2010
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
Islanda
Norvegia
Finlandia
Svezia
Nuova Zelanda
Irlanda
Danimarca
Lesotho
Filippine
Svizzera
0,8496
0,8404
0,826
0,8024
0,7808
0,7773
0,7719
0,7678
0,7654
0,7562

Fonte: The Global Gender Gap Report 2010

 

Tabella 2 – La graduatoria Unione Europea 2010 e Svizzera

Rank 2010 Paese Punteggio 2010
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
Finlandia
Svezia
Irlanda
Danimarca
Svizzera
Spagna
Germania
Belgio
Regno Unito
Olanda
Lettonia
Lussemburgo
Portogallo
Lituania
Austria
Slovenia
Polonia
Francia
Estonia
Bulgaria
Grecia
Rep. Ceca
Romania
Slovacchia
Italia
Ungheria
Malta
Cipro
0,826
0,8024
0,7773
0,7719
0,7562
0,7554
0,753
0,7509
0,746
0,7444
0,7429
0,7231
0,7171
0,7132
0,7091
0,7047
0,7037
0,7025
0,7018
0,6983
0,6908
0,685
0,6826
0,6778
0,6765
0,672
0,6695
0,6642

Fonte: The Global Gender Gap Report 2010 – Rielaborazione tabella a cura dell’autore dell’articolo

 

Tabella 3 – La Classifica dei sub indici – Europa e Svizzera (panel mondiale = 134 Paesi)

Paese Rank Economia Rank Educazione Rank Salute Rank Politica 
Finlandia
Svezia
Irlanda
Danimarca
Svizzera
Spagna
Germania
Belgio
Regno Unito
Olanda
Lettonia
Lussemburgo
Portogallo
Lituania
Austria
Slovenia
Polonia
Francia
Estonia
Bulgaria
Grecia
Rep. Ceca
Romania
Slovacchia
Italia
Ungheria
Malta
Cipro
16
11
25
23
30
78
37
39
34
31
21
22
56
17
92
32
63
60
35
50
79
80
41
70
97
48
104
75
28
41
1
1
71
40
51
62
1
39
1
67
69
68
75
36
29
1
38
58
54
1
73
1
49
64
1
77
1
80
89
68
74
63
47
44
90
91
1
1
71
1
44
63
46
1
50
40
84
38
50
1
95
49
72
88
3
4
7
10
13
5
15
16
22
25
31
49
32
69
26
70
41
87
74
64
42
59
109
89
54
126
51
102

Fonte: The Global Gender Gap Report 2010 – Rielaborazione tabella a cura dell’autore dell’articolo