La sicurezza energetica dell’Unione europea: utopia o realtà?

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Dalla fusione nucleare del progetto Iter il sogno di un’energia pulita e illimitata

“L’energia può sembrare un’arma meno letale della forza militare, ma una completa e durevole interruzione delle forniture di gas naturale a un Paese europeo nel mezzo dell’inverno potrebbe causare morti e perdite economiche maggiori di un attacco militare convenzionale. Inoltre, in tali circostanze, la disperazione nazionale aumenterebbe la possibilità di un conflitto armato o di un attacco terroristico”. E’ sufficiente questa frase, pronunciata non molto tempo fa dal senatore degli Stati Uniti Richard Lugar, per comprendere la portata della sfida che le questioni legate al tema della sicurezza energetica pongono ai Paesi del Vecchio Continente. Potrebbe essere altrimenti per una UE che, stando alle ultime rilevazioni effettuate dall’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano e visionate da Future Business Review, importa il 63,3% del gas e l’82,6% del petrolio che consuma, per un totale del 53,8% del proprio fabbisogno energetico?
L’importanza della posta in gioco, chiaramente, non lascia indifferente la Commissione Europea, che a partire dal 2007 si è fatta promotrice dello sviluppo, in collaborazione con i 27 Paesi membri dell’Unione, di una politica energetica comune per l’Europa. L’iniziativa legislativa, in particolare, poggia sull’assunto per cui “la sicurezza energetica dell’Unione dipende dalla sostenibilità della domanda e dei consumi, dalla preservazione e diversificazione delle forniture energetiche e dalla liberalizzazione del mercato interno”. Da qui la promulgazione, nell’autunno del 2008, dell’Eu Electricity and Gas Market Third Legislative Package, corpus normativo a favore della concorrenza nel settore dell’energia che dà agli Stati membri la possibilità di scegliere tra lo scorporo della proprietà degli impianti di produzione e di distribuzione sul territorio (Itso) il mantenimento della proprietà delle reti di distribuzione a condizione che queste ultime siano amministrate da un operatore indipendente (Iso) o la semplice divisione della gestione interna dei sistemi di produzione e di trasmissione, sotto la supervisione di un organismo esterno (è, questa, l’opzione adottata dall’Italia, dove l’accesso delle società di vendita alle reti di distribuzione dell’energia, spesso di proprietà degli ex monopolisti, viene regolato dallo Stato tramite il Gestore dei servizi energetici, mentre l’Autorità per l’energia elettrica e il gas fissa periodicamente le tariffe di vendita e di distribuzione). Per quanto riguarda, invece, i rapporti commerciali con i Paesi extra comunitari interessati a penetrare il mercato energetico europeo, le norme ratificate dal Parlamento di Strasburgo sanciscono ‹‹il diritto, per gli Stati membri, di firmare accordi bilaterali con i governi dei Paesi terzi le cui compagnie vogliano introdursi nel mercato energetico dello Stato membro››.
D’altra parte, nello scorso mese di novembre, a margine del lancio della nuova strategia comunitaria “Energy 2020”, che auspica, entro la data del 2020, la riduzione nel continente del 20% delle emissioni di anidride carbonica, l’aumento del 20% dell’efficienza energetica e un equivalente incremento nell’utilizzo delle fonti rinnovabili, la Commissione stessa ha denunciato la lentezza dei progressi sul campo fatti dai 27 “a causa del ritardo nell’implementazione della legislazione europea da parte dei governi nazionali, dei pochi investimenti effettuati nello sviluppo di tecnologie in grado di garantire l’efficienza dei consumi e dell’onnipresente mancanza di un approccio esterno comune verso i Paesi fornitori di energia”. Nel frattempo, Nabucco, North Stream e South Stream, ovvero i tre principali progetti finanziati dall’Ue per garantirsi, lato gas, un approvvigionamento diretto delle forniture dalla Russia e dall’area del Caspio, procedono a rilento, tra le difficoltà a reperire giacimenti abbastanza ricchi da assicurare il recupero degli investimenti che è necessario sostenere per la costruzione dei gasdotti e le trattative in corso per ripartire le quote societarie tra i finanziatori. Al di là di questi episodi, però, forse è la possibilità, concessa ai Paesi membri, di stipulare accordi bilaterali con i fornitori di energia a rappresentare il vero ostacolo al superamento della dipendenza energetica dell’Unione. La disponibilità dei governi nazionali europei a trattare singolarmente con gli Stati esportatori di petrolio e gas aumenta, infatti, il potere di ricatto sul mercato da parte di Paesi che, spesso, non dispongono di strutture politiche ed economiche democratiche e trasparenti e che utilizzano la leva energetica come arma geopolitica. Il risultato è che, in questo modo, i Paesi importatori si trovano a dover sottostare ai calcoli politici, e spesso anche agli umori, di dittatori e colonnelli vari, e, soprattutto, finiscono per finanziare quegli stessi regimi che, nel campo della guerra al terrorismo internazionale iniziata nel 2001, stanno dalla parte dei ‘cattivi’.
“Il mercato dell’energia non è né razionale né trasparente, ed è soggetto a fattori incontrollabili quali gli umori dei monopoli energetici, la corruzione, il nazionalismo, le interruzioni causate da disastri naturali e le guerre” avverte il senatore Lugar.
Un caso emblematico è rappresentato dal rapporto privilegiato tra l’Italia e la Libia del colonnello Gheddafi. Primo esportatore di petrolio e quarto di gas del continente africano verso il Bel Paese e l’Europa, la Libia, reduce da un ventennio di sanzioni economiche americane e delle Nazioni Unite conseguenti all’attentato di Lockerbie e al sostegno del colonnello a diverse organizzazioni terroristiche internazionali, e tuttora ostaggio della personalità “istrionica” del suo presidente a vita, la scorsa estate è entrata, attraverso fondi sovrani e società di investimento, nel capitale di Unicredit e ha un accordo con Eni per passare, in futuro, dall’attuale 2% delle azioni della società al 10%.

 

Guardando al futuro

La strada per affrancarsi dalle petrocrazie, dunque, passa, per l’Ue, dagli investimenti in fonti alternative agli idrocarburi. A dire il vero, esiste un’altra fonte “tradizionale” che negli ultimi mesi ha suscitato l’interesse di diversi operatori, Eni compresa. Si tratta dello shale gas, appartenente alla categorie dei gas non convenzionali e costituito in prevalenza da metano contenuto all’interno di rocce di scisto situate in profondità nel terreno; al momento, negli Stati Uniti, in Canada e in Polonia. Tuttavia, la dispendiosità delle tecniche di estrazione (fratturazione idraulica) nonché l’impatto ambientale delle operazioni di trivellamento (depauperamento della flora, rischio di inquinamento delle falde acquifere e rilascio nell’atmosfera di emissioni di metano, un gas serra settantadue volte più potente dell’anidride carbonica) lasciano seri dubbi sulla sostenibilità e la convenienza di investimenti massivi nel settore.
Stante, poi, la capacità di approvvigionamento limitata delle fonti rinnovabili e i problemi che il nucleare dà in molti Paesi per quanto riguarda lo smaltimento in sicurezza delle scorie, le speranze di tutto il mondo sono riposte nel progetto Iter, International thermonuclear experimetal reactor (www.iter.org). Inaugurato il 28 giugno 2005 a Mosca e sviluppato in maniera congiunta da Unione Europea, Stati Uniti, Federazione Russa, Giappone, Cina, India e Corea del Sud all’interno del sito sperimentale di Cadarache, in Provenza, per un costo preventivato di dieci miliardi di euro, Iter si propone di realizzare un reattore deuterio – trizio a fusione nucleare, in grado di produrre più energia di quanta ne consumi. Il processo prevede l’innesco della reazione di fusione tra isotopi di idrogeno, che, fondendosi, formano nuclei di elio. L’energia ottenuta sarebbe, dunque, quella dell’idrogeno, mentre lo scarto, rappresentato dall’elio, si disperderebbe nell’atmosfera senza causare alcun danno all’ecosistema. Il carburante, infine, verrebbe dalla scomposizione delle molecole delle acque dei mari. Il primo plasma, da ottenere in maniera controllata all’interno di un apposito campo elettromagnetico (non esiste al mondo materiale in grado di sopportare le temperature necessarie per innescare la fusione nucleare) è previsto per il 2019, ma prima che l’intero processo produttivo possa essere eventualmente riprodotto su scala industriale occorrerà non meno di mezzo secolo. Più o meno il tempo residuo che i gli osservatori più pessimisti danno alle riserve mondiali di petrolio. Nel frattempo, nessuno faccia arrabbiare Gheddafi.