Non più solo un responsabile dei sistemi informativi

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Dall’ultimo convegno degli associati Aica è emersa la metamorfosi in atto del CIO, figura professionale a cui le aziende ora chiedono anche competenze da manager

“Una delle figure professionali più complesse tra quelle presenti oggi in azienda e alle quali, sempre più spesso, vengono attribuite responsabilità attinenti il management e la pianificazione delle voci di spesa”. Questa la descrizione del ruolo dei CIO con cui Giovanni Franza, responsabile del progetto “IT Administrator” ideato e promosso dall’Aica (Associazione italiana per l’informatica e il calcolo automatico), ha aperto i lavori del convegno tenutosi nello scorso mese di febbraio a Milano.
Obiettivo dell’incontro, incluso all’interno del ciclo di appuntamenti che l’associazione dedica al “Cantiere dei mestieri ICT”, l’individuazione e l’analisi delle trasformazioni che l’evoluzione delle tecnologie genera nel modus operandi dei responsabili IT. “Nella struttura aziendale tipo del contesto produttivo italiano, ovvero la piccola e media impresa, la visione classica di chi si occupa della gestione dei sistemi informativi è quella di una sorta di tuttofare, a cui gli altri dipendenti ricorrono per qualsiasi tipo di esigenza che abbia a che fare con la tecnologia – ha proseguito Franza -. Piccole necessità sparse qua e là nella quotidianità del lavoro, che, però, nel tempo, sommate le une alle altre, finiscono con il rappresentare una componente importante nel business dell’azienda la cui responsabilità ricade, appunto, sugli IT administrator. D’altra parte, le infrastrutture informatiche oggi non sono più, o per lo meno, non dovrebbero essere, un elemento d’eccezione all’interno dell’impresa; al contrario, costituiscono una risorsa essenziale per i processi produttivi, quasi una commodity, da cui i quadri aziendali si aspettano quindi efficienza e ritorno dell’investimento”. Tali cambiamenti, in particolare, nel giro di pochi anni hanno impattato in maniera significativa non solo sulle modalità di lavoro, ma, prima ancora, sulla percezione stessa che i colleghi hanno del proprio CIO. “Controllo e monitoraggio delle prestazioni, qualità del supporto fornito agli utenti delle tecnologie e prontezza negli interventi di assistenza in caso di crash del sistema: ecco ciò che un’azienda pretende dal suo responsabile IT” ha spiegato Franza. E se si passa a esaminare il contesto d’azione concreto in cui, il più delle volte, operano i Cio italiani, le aspettative professionali verso questi ultimi aumentano.
“Non dimentichiamo che, spesso, nel nostro Paese, PMI significa più piccola che media impresa – ha specificato il relatore – il che vuol dire, per un responsabile dei sistemi informativi, lavorare in un ambiente caratterizzato dalla presenza di un numero ridotto di postazioni, per le quali, però, il livello delle prestazioni richieste è molto alto, dal momento che il CIO, che è quasi sempre solo nelle sue mansioni, deve essere pronto a intervenire in maniera tempestiva in caso di guasto anche minimo delle infrastrutture; spesso, avendo a disposizione risorse finanziarie non ottimali”. Al di là delle questioni legate alla tecnologia, infatti, è il posizionamento ancora non ben definito della figura professionale all’interno delle aziende a rappresentare la principale criticità che i CIO si trovano ad affrontare in questo momento. Soprattutto per quanto riguarda l’aspetto decisionale. “Sembra un paradosso – ha affermato Franza – ma a fronte dell’impegno richiesto e del ruolo strategico ricoperto, molti CIO non sono liberi di muoversi in autonomia nell’azienda; insomma, non sono sempre dotati del potere adeguato alle attività che svolgono”.

Voci dirette dal campo
Ne sa qualcosa Matteo Calvi, IT administrator della filiale italiana della multinazionale americana Nacco, presente all’incontro per dare testimonianza della propria esperienza nel settore. “Sono entrato in azienda una decina d’anni fa, e, al mio arrivo, ho trovato un dipartimento IT frammentato – ha raccontato Calvi – dove agli addetti venivano richieste una pluralità di compiti, anche contemporanei, senza che, però, esistessero processi decisionali univoci e uniformi. Oggi, la situazione è cambiata. Le risorse finanziarie sono state ottimizzate, il numero degli impiegati nel settore è diminuito e tutte le responsabilità e prerogative tendono a convergere verso un’unica figura, che non è più quella del tradizionale CIO, bensì quella molto più ibrida e trasversale di un manager che, su richiesta, spiega la tecnologia in maniera semplice e immediata ai colleghi, che sa farsi carico delle problematiche economiche e normative del settore, essendo capace di rapportarsi al CEO per le richieste e la pianificazione del budget ed essendo aggiornato sull’evoluzione delle leggi, e che, all’occorrenza, è dotato delle giuste competenze relazionali per rappresentare verso l’esterno la propria azienda. In altri termini, per il prossimo futuro il CIO è destinato a uscire da dietro le quinte e a esercitare un ruolo sempre più attivo. Diventerà a tutti gli effetti un IT manager”.

 

Quale ruolo nel cambiamento per le nuove tecnologie?
Un altro tema al centro del convegno Aica ha riguardato l’impatto che l’evoluzione delle tecnologie genera sull’organizzazione dell’attività quotidiana degli IT manager. Cloud Computing, virtualizzazione e comunicazioni mobili, in particolare, gli argomenti dibattuti con il contributo speciale degli esperti tecnici di HP. “Siete sicuri che la rivoluzione della nuvola risolva tutti i vostri problemi? – ha domandato alla platea, un po’ provocatoriamente, Giorgio Raico di HP Italia – ; perché se è vero che ogni nuova tecnologia porta con sé modelli alternativi di organizzazione del lavoro, allora, forse, è opportuno fermarsi a riflettere sugli effetti che il paradigma del cloud ha sui processi produttivi delle aziende. Non mi riferisco soltanto alla classica querelle su quale sia la modalità di delivery più intelligente da adottare tra cloud privato, cloud pubblico o cloud misto, ma anche alla questione della complessità: ridurre al minimo l’hardware e puntare tutto su asset immateriali, di tipo software, pone ai CIO un problema importante, relativo a un’aumentata mole di dati da gestire. Il cloud, dunque, cambia l’ordine delle priorità di chi si occupa di IT”. Ma non c’è solo il Content Management al centro delle conseguenze della remotizzazione delle risorse ICT. “Lato spese, non dimentichiamo che la lievitazione del traffico dati comporta un maggiore dispendio di energia da parte dei server aziendali, con tutto quello che ne deriva in termini di budget da preventivare e, soprattutto, di rischio per la Business Continuity in caso di interruzione del servizio” ha spiegato Raico. Infine, la questione del mobile, rispetto a cui il manager ha fatto notare come l’aumento del numero di periferiche connesse alle reti aziendali accresca le responsabilità di controllo e monitoraggio da parte dei CIO e, talvolta, vada a intaccare consuetudini e metodi di lavoro consolidati da parte degli utenti. In questo caso, però, una soluzione al problema pronta esiste, e fa riferimento alle giovani generazioni. “Nelle aziende si sta facendo strada una generazione di nativi digitali, ed è a loro che sarà affidato il futuro della nostra professione” ha chiosato il responsabile HP.