Indice di Marzo 2011 (rilevazioni febbraio 2011) – Numero di sintesi: 43,90

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INDICE DI FIDUCIA SUGLI INVESTIMENTI IN INNOVAZIONE TECNOLOGICA La misura della propensione agli investimenti in innovazione tecnologica   “L’impresa è per eccellenza il luogo dell’innovazione e dello sviluppo” – Joseph A. Schumpeter –   NB: Da questo mese viene modificata la struttura dell’Indice Ifiit, che si adegua ai modelli degli indici di fiducia tradizionali. I dettagli […]

INDICE DI FIDUCIA SUGLI INVESTIMENTI IN INNOVAZIONE TECNOLOGICA

La misura della propensione agli investimenti in innovazione tecnologica

 

“L’impresa è per eccellenza il luogo dell’innovazione e dello sviluppo”
– Joseph A. Schumpeter –


 

NB: Da questo mese viene modificata la struttura dell’Indice Ifiit, che si adegua ai modelli degli indici di fiducia tradizionali. I dettagli delle modifiche sono contenuti nella nota metodologica all’inizio del report.

 

    • In leggero calo l’indice Ifiit, che si porta di poco sotto il livello dei 44 punti, a 43,90 dai precedenti 44,80 punti del mese di febbraio. 
    • I comparti dove si registrano i più alti livelli di attenzione verso gli investimenti in innovazione sono il bancario-assicurativo, i sistemi di pagamento elettronici, l’editoria elettronica, la metalmeccanica fine e il segmento del lusso.
    • Sostanzialmente stabile la propensione all’investimento in Information technology da parte del mondo dell’energia, delle telecomunicazioni dei trasporti e di alcune filiere del made in Italy (moda-tessile-abbigliamento). 
    • Il calo della fiducia più consistente si rileva ancora nel settore agroalimentare, delle telecomunicazioni e dell’edilizia (quest’ultimo per il quinto mese consecutivo). 
    • A macchia di leopardo i comparti del commercio, del turismo e il mondo delle professioni, della piccola impresa e nelle attività legate all’artigianato.
    • Sul tema del digital divide, ancora in crescita la percentuale di imprenditori che considera il nostro Paese ancora lontano dagli standard qualitativi di altri sistemi-paese industrialmente più avanzati.
    • La propensione ad investire in innovazione tecnologica conferma il suo stato positivo nel Nord Est del Paese (soprattutto Veneto), in una fascia del Centro (Emilia-Romagna e Toscana). Su posizioni di riguardo resta la fiducia in Lombardia e in alcune altre zone del Piemonte. In calo in Liguria, Sicilia, Calabria. Invariato nelle altre aree del Paese.

      

    Nota metodologica
    L’Indice Ifiit ha deciso di adeguarsi agli standard internazionali sugli indici di fiducia, così come indicati dall’Econometric Society, l’associazione di esperti internazionali che supervisiona le metodologie di indagine economica e statistica. Pertanto, a partire da questo mese, nell’elaborazione dei dati che pervengono dai questionari, le risposte positive alla domanda “nel corso dei prossimi mesi investirà poco o tanto in nuova tecnologia?”, non vengono più differenziate tra moderatamente ottimiste e fortemente ottimiste (scelte che in passato prevedevano una diversa assegnazione di valore). Come in precedenza, le risposte negative restano e resteranno sempre neutrali. In sostanza, il modello matematico di riferimento risulterà d’ora in poi del tutto analogo a quello di altri indici di fiducia come l’Ifo e lo Zew tedeschi o l’Ism del Napm americano, dove si conteggiano solo ed esclusivamente le risposte positive (tutte accomunate, anche se di diversa intensità) mentre si scartano quelle negative. Il risultato ottenuto in valori assoluti viene poi trasformato in un dato percentuale, in modo che: 1) per risultati inferiori al 50% prevale la sfiducia e la mancata propensione, nel senso che è ottimista la minoranza del campione indagato; 2) intorno alla quota del 50% si raggiunge un punto di equivalenza tra la forza dei pessimisti e quella degli ottimisti; 3) per percentuali superiori al 50% si ottiene invece una prevalenza di coloro che scorgono un progresso evolutivo nei mesi a venire. Sulla base di queste indicazioni il numero indice di Ifiit sul mese di gennaio 2011 e di febbraio 2011 è stato ricalcolato e ha dato questi risultati: Indice Ifiit di gennaio 2011 è pari a 44,60 mentre Ifiit di febbraio è pari a 44,80 punti. Questo per quanto riguarda i numeri; per quanto concerne l’attività reportistica, invece, l’indagine mensile di Ifiit cercherà comunque di mettere in rilievo quali sono i settori e le aree dove si registra un’accentuata propensione agli investimenti in innovazione tecnologica, in modo da tenere viva l’attenzione e la sensibilità verso questi aspetti qualitativi. Ciò significa che i titolari d’impresa potranno continuare a indicare nel questionario la loro preferenza per il grado di investimento (moderato o robusto): dal punto di vista quantitativo le risposte saranno trattate allo stesso modo, ma dal punto di vista qualitativo saranno adeguatamente interpretate. Con questo accorgimento metodologico Ifiit si allinea agli standard scientifici internazionali degli indici di fiducia, in modo da poter trovare accreditamento anche presso l’Econometric Society che l’ha preso in esame. In riferimento alle domande del questionario e al campione rappresentativo – attualmente costituito da un migliaio di contatti sparsi su tutto il territorio nazionale – al momento non è previsto alcun cambiamento.

     

    Alla ricerca di una nuova politica economica
    Nel corso del primo periodo dell’anno la ripresa del comparto industriale, pur proseguendo, ha ridotto la sua vitalità. Nel settore dei beni di consumo durevoli si è protratta la flessione dell’attività produttiva avviatasi da prima dell’estate, a causa dell’affievolirsi degli effetti legati alle agevolazioni fiscali per la rottamazione della automobili da sostituire. Da parte sua anche la produzione di beni di consumo non durevoli continua a ristagnare, mentre segnali di recupero si registrano nel segmento dei beni strumentali che aveva subito le perdite più sensibili durante la crisi. Buoni segnali giungono dal fronte della creatività imprenditoriale: nel corso del 2010 il saldo delle imprese è risultato positivo per circa 75 mila nuove attività (al saldo tra natalità e mortalità delle imprese). In questa platea oltre il 50% delle nuove imprese è costituito da società di capitale, mentre un terzo è stato costituito da giovani o da ex personale dipendente licenziato per la crisi. I settori maggiormente coinvolti in questa creatività d’impresa sono il commercio, il turismo e in generale il terziario. Stabile la quota delle manifatture industriali. In calo invece le ditte artigiane, le attività agricole e agro-alimentari, a testimonianza del fatto che il modello economico e produttivo del Paese sta cambiando ancora una volta, con una netta prevalenza dei “piccoli”, che costituiscono il 75% degli 8 milioni di partite Iva presenti oggi nella Penisola. In questo quadro di complessità dinamica l’Indice Ifiit è sceso a 43,90 punti, indebolito dalla riduzione della propensione ad investire in tecnologia da parte di alcuni segmenti che avrebbero cessato una fase di spinta propulsiva. Secondo l’interpretazione di alcuni analisti del Focus Group di Ifiit, l’andamento incerto dell’economia e le indecisioni sugli investimenti non si spiegano solo con le tensioni internazionali e le difficoltà politiche interne, ma anche e soprattutto con la mancanza di un quadro di politica economica certo, sulla base del quale costruire un serio programma di sviluppo. Le ridotte risorse per la Banda Larga sono solo un esempio: gli operatori percepiscono un senso di disagio per le promesse non mantenute e si genera un clima di sfiducia. Per le piccole medie imprese e le attività professionali – che non hanno ancora una precisa rappresentanza e visibilità politica – il cammino appare ancora più difficile per le difficoltà di accesso ai fondi e ai prodotti di credito per lo sviluppo.

     

    I settori che mantengono alta (o che risentono del calo degli investimenti in innovazione in misura inferiore) rispetto alla media del Paese
    Banche e assicurazioni sono i settori dove si manifestano segnali di ripartenza degli investimenti in attività e processi legati all’innovazione tecnologica, soprattutto per l’allargamento dei sistemi di pagamento elettronici sulla rete on-line e per l’avvio di una vasta progettazione dei futuri pagamenti via telefono cellulare. In ripresa anche il comparto del lusso (distretti legati al fashion, alla gioielleria e i cantieri nautici), mentre anche il segmento editoriale consolida le sue posizioni per un accentuato orientamento verso le soluzioni digitali e multimediali.

     

    I settori che mostrano una propensione agli investimenti in innovazione tecnologica allineata ai valori della media nazionale dell’Indice
    Pausa di riflessione per alcune sfere produttive, come le telecomunicazioni e la meccanica generica, i cui cali, insieme a quelli del comparto abbigliamento, sono i principali fattori che hanno determinato una contrazione della fiducia complessiva. Per alcune realtà industriali appare esaurito un ciclo o comunque si attendono ancora segnali di una ripartenza più generosa di quanto non sia stato rilevato sinora. Anche il settore agro-alimentare risente del clima di prudenza che il mercato interno fa ancora registrare sul versante dei consumi, che induce i produttori e gli intermediari ad un atteggiamento più riflessivo.

     

    I settori che mostrano una propensione agli investimenti in innovazione inferiore ai valori della media generale dell’Indice o che presentano sensibili scostamenti dal livello del mese precedente
    Ancora in ordine sparso le attività professionali, quelle artigianali e le piccole imprese legate alle filiere interne. In perdurante difficoltà il settore edile che, almeno nel nostro paese, non evidenzia una ripresa degli investimenti in innovazione tecnologica, sia per il calo delle attività di compravendita e di ristrutturazione, sia per la generale stasi della progettazione di nuovi complessi. Direzioni non ancora meglio precisate da parte del commercio e del turismo, anche se su quest’ultimo segmento sembra ormai consolidata la tendenza ad entrare nei circuiti di prenotazione elettronica anche da parte delle realtà alberghiere minori.

     

    Il digital divide
    Sale dal 44 al 46% la percentuale degli imprenditori che giudica in aumento il digital divide rispetto agli altri paesi più avanzati. Stabile la quota parte degli scettici, che rimane al 23%, mentre è in calo, al 31%, la minoranza degli operatori economici che considera il nostro Paese in recupero o in sostanziale stabilità sul versante del digital divide.

     

    L’innovazione tecnologica nelle diverse aree geografiche
    E’ l’area del Veneto quella in cui si concentra la maggiore intensità di propensione agli investimenti in innovazione tecnologica, anche sul versante del processo produttivo. Crescono le richieste di progetti di consulenza, organizzativa e tecnologica, in funzione di un allargamento delle attività commerciali anche in alcune zone dell’Emilia-Romagna, in alcuni distretti toscani e campani. Stabile il quadro della situazione in Lombardia, mentre la fiducia ritraccia in Liguria e in alcune parti del Piemonte, in Sicilia, in Calabria e in altre zone del Meridione. Inalterato il quadro anche nella regione Lazio.

     

    Focus mensile 1: Investimenti in beni industriali
    Secondo il Centro Studi della Banca d’Italia, nel terzo trimestre del 2010 è proseguita la ripresa degli investimenti fissi lordi da parte del sistema industriale italiano, sebbene ad un ritmo inferiore a quello del secondo (0,9% sul periodo precedente, contro il 2,0%). All’attesa decelerazione della spesa in macchinari, attrezzature e beni immateriali, che ha riflesso la scadenza lo scorso giugno delle agevolazioni fiscali della Tremonti-ter, si è affiancato il calo di quella dei mezzi di trasporto, dopo tre trimestri di crescita. Nel complesso, il livello degli investimenti risulta così inferiore di 13 punti percentuali rispetto al massimo ciclico registrato prima della crisi. In questa fase l’accumulazione risente di margini di capacità produttiva inutilizzata ancora piuttosto ampi e dell’incertezza circa l’entità della ripresa. Secondo l’indagine semestrale condotta in autunno dall’ISAE, i piani di investimento per il 2011 delle imprese manifatturiere rimangono ancora improntati ad un’estrema cautela, frenati dal lento miglioramento della domanda e prevalentemente orientati alla sostituzione del capitale obsoleto, pur se sono emerse indicazioni più favorevoli circa l’espansione della base produttiva. Anche il sondaggio trimestrale condotto in dicembre dalla Banca d’Italia in collaborazione con il quotidiano Il Sole 24 Ore ha registrato un deterioramento rispetto alle indicazioni precedenti delle condizioni per l’investimento: la percentuale dei giudizi in miglioramento è risultata inferiore di quasi 10 punti percentuali a quella delle valutazioni di peggioramento.

     

    Focus mensile 2: il settore delle biotecnologie in Italia
    Nonostante la difficile congiuntura internazionale, l’industria biotecnologica italiana è in continua crescita, e, a fine 2009, in Italia si contano 319 imprese, per lo più costituite tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, originate prevalentemente come start-up (nel 53% dei casi) e spin-off accademici (24%). Predominano le cosiddette “pure biotech”, 187 imprese, che hanno nelle biotecnologie il proprio core business: tra queste spiccano le micro (41%) e le piccole realtà (27%). Emergono per numerosità le aziende dedicate alla cura della salute (red biotech), ben 197 (pari al 59% del totale), dato in linea con la media europea, mentre i settori di applicazione white (biotecnologie industriali – 6%) e green (biotecnologie agro-alimentari – 14%), rivelano un peso percentuale superiore alla media europea. Nel settore relativo alla genomica, proteomica e tecnologie abilitanti è impegnato in Italia il restante 21% delle imprese. Secondo il “BioInItaly Report 2010”, realizzato da Assobiotec e Ernst & Young, con la collaborazione di Farmindustria, in Italia il giro d’affari dei prodotti biotecnologici nel 2008 ammonta a 6,8 miliardi di Euro. L’11% di questo fatturato è realizzato dalle cosiddette “pure biotech”, ovvero le realtà che hanno nelle biotecnologie il loro core business. Considerando invece il giro d’affari complessivo delle imprese operanti nel settore, quindi generato anche da prodotti e servizi non biotech, il fatturato complessivo sale a 17,8 miliardi di Euro nel 2008, in leggera crescita del 3% rispetto ai valori del 2007. Nel complesso, il censimento delle imprese biotech italiane “non pure”, secondo le rilevazioni di Assobiotec, mostra una crescita sostanziale: nel 2000, infatti, si contavano circa 150 imprese.

     

    Nuovi segmenti

    Dal 2010 Assobiotec, grazie alla partnership con Ernst & Young, ha adottato la metodologia Ernst & Young per la mappatura 2010 del biotech italiano: vengono quindi definite imprese “pure biotech” quelle che hanno il loro core business nel biotech e che “utilizzano moderne tecniche biologiche per sviluppare prodotti o servizi per la cura dell’uomo o degli animali, la produttività agricola, la lavorazione dei generi alimentari, le risorse rinnovabili, la produzione industriale e la tutela dell’ambiente”. Le imprese “non pure”, invece, coincidono con quelle definite dall’OCSE “imprese che utilizzano almeno una tecnica biotecnologica per produrre beni o servizi e/o per fare ricerca e sviluppo in campo biotech”. L’impiego di questa metodologia consente operazioni di “benchmarking” a livello internazionale, e il confronto tra la situazione italiana e quella dei principali paesi attivi nel biotech. Purtroppo non siamo in condizione di avere dati confrontabili per quanto riguarda i dati macro economici relativi agli inizi del 2000. Il comparto biotech investe prevalentemente in ricerca e sviluppo: data la specificità del settore, non esistono spaccati sugli investimenti in Ict e automazione, anche se possiamo dire che nel nostro settore il peso qualitativo di Ict e automazione è significativo. L’investimento annuo medio in ricerca delle pure biotech è di circa 2 milioni per azienda, di cui il 34% commissionata. Confrontando i dati relativi agli investimenti in R&S con quelli di fatturato, si rilevano investimenti pari al 6% del fatturato complessivo del comparto, con punte del 28% per le pure biotech. Nel complesso, il settore red rappresenta sicuramente il più significativo in termini di investimenti dedicati alla Ricerca & Sviluppo: gli investimenti in R&S delle imprese “red biotech” ammontano a 1,1 miliardi di Euro. I dati di settore non si focalizzano sulle spese relative all’acquisto di strumenti e attrezzature tecnologiche. In generale, invece, il comparto biotecnologico, in Italia, secondo il “BioInItaly Report 2010”, per finanziare la ricerca ricorre a diverse fonti economiche: in prevalenza grants (62% delle imprese), che comprendono finanziamenti pubblici, nazionali e regionali e fondi europei ed internazionali, cui segue il ricorso al debito (48% delle imprese). In sintesi, la ricerca biotecnologica in Italia reperisce finanziamenti soprattutto attraverso i bandi pubblici nazionali (MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Ministero della Salute, MISE – Ministero dello Sviluppo Economico) e regionali, fondi e programmi internazionali (7° Programma Quadro, NIH – National Institute of Technology), che però non sono sufficienti a coprire le esigenze delle imprese in attività di ricerca e sviluppo. Anche il settore dei finanziamenti privati non è particolarmente sviluppato nel nostro Paese, dove non abbiamo una presenza significativa di Venture Capitalist e investitori a vario titolo, come avviene per esempio nel mondo anglosassone. L’elevato ricorso a grant e debito, registrato negli ultimi anni, ha giocato a discapito di altre forme di finanziamento molto più usate all’estero, come le alleanze strategiche. In generale, dato il particolare modello di business delle imprese biotech – che prevede elevati investimenti in R&S, e ritorni economici nel lungo periodo – l’orizzonte di cassa delle imprese è di meno di un anno in più del 50% dei casi. Ecco perché, secondo il “BioInItaly Report 2010”, la maggior parte delle imprese ha espresso l’intenzione, a due anni, di un maggiore ricorso a Venture Capital e Private Equity, oltre che ad alleanze strategiche, facendo minore ricorso ad operazioni di debito. Il comparto biotecnologico italiano registra una notevole crescita della propria capacità di innovare, come dimostrano i 233 progetti e prodotti in sviluppo (di cui 89 in fase di sviluppo preclinico e 144 in clinico), che trovano applicazione terapeutica nelle aree dell’oncologia (36% dei prodotti), dell’infiammazione e malattie autoimmuni (15%) e della neurologia e malattie infettive (entrambi 11%). A questi si aggiungono ulteriori 69 progetti in fase early-stage (o “discovery”), che rappresentano una interessante promessa per il settore per i prossimi anni, e che fanno salire a 302 i progetti e prodotti italiani complessivamente in sviluppo.

     

    Tendenze degli investimenti

    Per Alessandro Sidoli, Presidente di Assobiotec, Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, “il biotech ha un impatto diretto e indiretto assai rilevante in ambiti diversi e di grande rilevanza quali la cura della salute, l’alimentazione, l’agricoltura, l’ambiente, per citarne alcuni. Per questo motivo il comparto ha avuto una performance migliore di altri. Ciò nonostante, in un contesto come l’attuale, anche le biotecnologie italiane hanno sopportato in questi ultimi mesi il peso della difficile congiuntura economica internazionale. Le imprese hanno reagito in maniera diversa: le realtà di servizio e quelle che hanno prodotti sul mercato hanno manifestato difficoltà tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Per tali imprese è stato certamente utile il fondo di garanzia di 1,3 miliardi di Euro per i prestiti alle PMI, varato dal Governo a marzo 2009. Le imprese di prodotto, invece, si sono confrontate, e si confrontano tutt’ora, con la diminuzione della disponibilità ad investire da parte del Venture Capital, che ha generato in alcune realtà meno capitalizzate situazioni di acuta difficoltà”. Di qui le ben note ristrutturazioni, riduzioni degli organici e operazioni straordinarie, che pure hanno consentito la sostanziale tenuta di queste strutture, in attesa del momento della ripresa. Le minacce maggiori riguardano invece le realtà piccole e piccolissime, per le quali la carenza di capitali rischia di essere negativamente decisiva nel prossimo futuro. In questo contesto è prioritario che il Governo delinei una politica di investimenti in ricerca e innovazione. Assobiotec si sta impegnando da tempo su due iniziative che servirebbero a rilanciare lo sviluppo del settore in Italia e a favorirne il consolidamento: l’adozione dello status della Piccola Impresa Innovativa (PII) e la creazione di un fondo di investimento per il biotech. “Per quanto riguarda la PII – sottolinea ancora Sidoli – proponiamo di riservare a questa tipologia di impresa, costituita da PMI che investono in R&S più del 30% del totale dei costi aziendali e che hanno un numero di addetti dedicato alla R&S superiore al 30% del totale, alcune agevolazioni fiscali specifiche, come ad esempio il credito d’imposta alla ricerca in quota significativa e per un periodo temporale adeguato, e la riduzione temporanea dei contributi per l’assunzione di personale R&S. Anche una seconda misura è strategica: la costituzione di un fondo per il biotech, che potrebbe permettere alle realtà altamente promettenti di continuare il proprio sviluppo competitivo, avendo la possibilità di accedere ad adeguate risorse finanziarie. L’iniziativa dovrebbe coinvolgere soggetti privati, sia finanziari che industriali, con il supporto di misure atte a favorire l’investimento ad alto rischio, che è tipico del settore. A ciò andrebbero affiancate iniziative mirate a favorire la collaborazione e l’integrazione pubblico-privato, e a incentivare la creazione di proprietà intellettuale”. In sintesi, occorrono fondi pubblici e privati per la ricerca biotech, uniti alla semplificazione della burocrazia e ad una maggiore chiarezza ed omogeneità delle regole: tutti fattori che permetterebbero di operare in un sistema trasparente e prevedibile. In un quadro così composto, l’Italia potrebbe generare importanti ricadute in termini di nuove imprese, posti di lavoro e disponibilità di prodotti e tecnologie innovative.

     

    I trasferimenti tecnologici

    Sotto l’aspetto dell’attività di ricerca e di investimenti nell’acquisizione di nuovi brevetti, Sidoli evidenzia alcune indicazioni: “con la nascita e la diffusione anche in Italia dei TTO (Technology Transfer Offices), che negli ultimi cinque anni sono aumentati del 50%, si è assistito alla creazione di numerosi spin-off accademici, frutto della valorizzazione della proprietà intellettuale. In questo contesto fino al 2009 si è registrato un aumento significativo dei depositi e delle concessioni di brevetti internazionali, oltre che l’aumento di accordi generati dagli spin-off accademici. Purtroppo i recenti tagli alle università hanno determinato, dall’inizio del 2010, un drastico ridimensionamento del personale universitario precario, andando a colpire in prima linea il personale appena formato nei TTO. Da un’anteprima delle statistiche EPO – European Patent Office – relativa al deposito di brevetti nel 2010, emerge che l’Italia, in generale, e non solo nel settore biotech, ha subito un sostanziale calo delle domande. Al contrario, paesi come la Germania registrano andamenti stabili”. Gli operatori del settore ritengono che, nel contesto economico globale, la sfida del comparto sia di aumentare significativamente la propria competitività. E in molti pensano che, purtroppo, il nostro Governo non sia di supporto, come invece avviene in contesti a noi vicini, come Germania o Francia. “Affinché l’industria biotecnologica italiana si consolidi – chiarisce ancora Sidoli – è più che mai strategico creare un ambiente funzionale allo sviluppo delle imprese innovatrici: in quest’ottica è vitale intervenire su una fiscalità favorevole alla crescita e allo sviluppo aziendale, in cui sia gli investitori che le aziende possano sentirsi liberi d’investire. La concessione di incentivi fiscali per la R&S rappresenta, perciò, una strategia che può stimolare efficientemente l’investimento in aziende di R&S senza creare distorsioni di mercato”.

     

    (Elaborazione del documento di sintesi a cura di Paolo Gila, Supervisor Ifiit Research)

     

     Questo documento è una sintesi della ricerca mensile che viene effettuata su un campione qualificato e rappresentativo dell’economia italiana. Lo studio viene curato da Ifiit Research, la divisione Ricerche di mercato del Gruppo Mat Edizioni. L’indice e la sintesi mensile sono recuperabili gratuitamente attraverso il sito www.bitmat.it. Coloro che, come aziende o come privati, volessero approfondire gli aspetti della ricerca Ifiit o avvalersi della struttura di Ifiit Research per compiere sondaggi, rilevazioni, ricerche di mercato o altro, possono rivolgersi a:

    Ifiit Research
    Via Confalonieri, 36
    20100 Milano
    Tel. 02 56609380
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