Dal caro-petrolio il rischio di stagflazione

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Una parte degli analisti è convinta che i prezzi del petrolio possano tornare a surriscaldarsi nel corso dei prossimi mesi. Non così, invece, per il gas, la cui offerta appare sovrabbondante rispetto alla domanda

 In presenza di un innalzamento dei prezzi del greggio le ripercussioni sul tessuto produttivo potrebbero portare ad una fase di stagflazione, con sistema ingessato e costo della vita in salita…


La Banca d’affari Goldman Sachs stima che entro qualche mese il prezzo del petrolio possa superare ancora i 100 dollari il barile e restare stabilmente su quotazioni a tre cifre per il prossimo futuro. L’oro nero ha concluso il 2010 con un rally che l’ha innalzato ai massimi che non si registravano dal 2008. Infatti, dopo un periodo abbastanza lungo in cui le quotazioni hanno oscillato nel corridoio compreso fra i 70 e gli 80 dollari il barile, il greggio ha ripreso a salire superando il livello dei 90 dollari. La lievitazione del costo del greggio deriverebbe da una serie di fattori che sono già noti agli analisti e al grande pubblico: la forte crescita delle economie emergenti (Cina, Brasile e India in testa) alzerà ulteriormente il livello della domanda con effetti sulle quotazioni dell’offerta. A ciò si aggiunga che le scorte di petrolio, a livello mondiale, non sono in sensibile aumento e che, anzi, per qualcuno si starebbero contraendo.

Sviluppo senza crescita?
Così, mentre molti si chiedono con attenzione lungimirante: “fino a che punto riusciremo a mantenere in vita questo modello di sviluppo?”, altri, più pragmaticamente, pongono l’attenzione su questioni eminentemente pratiche: “si può far crescere l’economia e l’attività industriale in un Paese come l’Italia se il petrolio vola oltre i 100 dollari il barile?” E’ inevitabile che la bolletta energetica del Paese subirà un appesantimento, visto che – in fatto di petrolio e gas naturale – dipendiamo dalle importazioni. Non solo. Nelle sue rilevazioni mensili sul costo della vita, l’Istat ha evidenziato che a partire dal mese di dicembre del 2010 l’inflazione è raddoppiata rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e che la ragione di questa impannata risiede nell’aumento dei prezzi del carburante alle pompe della distribuzione. I rincari di benzina e diesel producono aumenti su alimentari e beni di necessità, contraendo di fatto il potere d’acquisto delle famiglie. Le associazioni dei consumatori hanno già emanato i loro bollettini allarmanti: nel corso del 2011 i rincari su merci e bollette potrebbero incidere per 700 – 800 euro a famiglia. E così si innesca un fenomeno a metà strada tra la prudenza e la paura: la gente riduce le spese perché teme per il futuro,così i consumi interni calano e le aziende che vivono di commercio sulle piazze nazionali riducono conseguentemente il loro giro d’affari. Da questo punto di vista potrebbe attivarsi un ciclo di stag-flazione (ristagno dell’economia in presenza di un aumento generalizzato dei prezzi).

L’ombra lunga della speculazione
Il ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti, non ha mai nascosto le sue preoccupazioni sui movimenti speculativi internazionali che puntano a guadagnare sui bond governativi e sulle materie prime: “con la crisi – ha detto lo stesso Tremonti alla stampa in diverse occasioni – si sono risanate le banche, ma non il sistema che lascia spazio alla speculazione”. Spavalda e agguerrita, la speculazione ha manifestato un forte risveglio a partire da agosto del 2010, da quando il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha ufficializzato la seconda fase di quantitative easing, riacquistando treasury-bond per circa 600 miliardi di dollari. L’immissione di liquidità nel sistema del credito ha allargato le possibilità di investimento da parte degli operatori che hanno ripreso a puntare sulle commodities. Dunque, nel futuro molto dipenderà anche da quanto e come gli speculatori premeranno sull’acceleratore del trading su futures e options di brent e gas. Anche se in prospettiva c’è poco da stare allegri, c’è chi mantiene la calma e il sangue freddo. E’ il caso di Alberto Clò, economista dell’energia, che prevede un futuro più roseo che grigio: “non ci dovrebbero essere grandi sorprese per il sistema-paese e per le Piccole e Medie imprese, che potranno contare su un mercato dall’offerta ampia, grazie alla nutrita presenza di fornitori”.

Evviva lo spot!
Il Centro Studi Rie guidato da Clò prevede per il prossimo futuro una crescita del prezzo del greggio a livelli compresi fra gli 85 e i 90 dollari il barile, salvo imprevisti sulla scena internazionale per lo scoppio di conflitti o per l’acuirsi di tensioni. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2010 il consumo di gas si è attestato sugli 83 miliardi di metri cubi, facendo registrare un calo del 5% rispetto all’andamento degli anni precedenti la crisi. Per il Rie “si potrà tornare ai livelli pre-crisi, intorno ad almeno 87 miliardi di metri cubi, non prima di due o tre anni”. Secondo le stime previsionali pubblicate dall’Autorità per l’energia, l’incremento dei prezzi del gas – all’1,3% nel primo trimestre del 2011 – non dovrebbe discostarsi di molto da questo livello, anche grazie al contributo delle quote provenienti da importazioni spot, a cui ci si potrebbe affidare di più in futuro, anche se agganciarsi a queste politiche commerciali potrebbe essere molto rischioso, alla luce della volatilità dei prezzi. E poiché dal gas naturale dipendono circa i tre quarti della produzione elettrica nazionale le considerazioni si muovono a cascata anche sul versante della bolletta elettrica (anche se la maggior parte del consumo dipende da importazioni, dove pesa notevolmente anche la componente del nucleare).

Correre senza avanzare?
In questo scenario complessivo, dove i prezzi del petrolio potrebbero salire a fronte di un morigerato innalzamento dei prezzi del gas, che previsioni si possono fare per il sistema produttivo? Come abbiamo visto potrebbero essere ancora penalizzate le attività che vivono di mercato interno, mentre i distretti e la rete delle medie imprese che sono molto attive sul fronte delle esportazioni e dell’internazionalizzazione non dovrebbero avere particolari ripercussioni, visto che il risultato finale sarebbe neutrale. Per chi produce e commercializza in Italia ci saranno aumenti nei costi di produzione e in quelli di trasporto. E’ probabile che si possano quindi verificare aumenti dei prezzi dei prodotti finiti a valle, a meno che i produttori non siano disposti a ridurre i loro margini di profitto, a fronte di rischiare però un’ulteriore contrazione dell’occupazione. Il punto di equilibrio, come in ogni sistema economico che si rispetti, sarà dettato dai prezzi delle merci (dove un peso rilevante è giocato dalla presenza di materiale di importazione) e dal costo del denaro, il cui livello determina inevitabilmente una più o meno generosa politica di investimenti. A fronte di un aumento dei costi produttivi (in primis legati all’energia) e di una stabilità delle attività, il panorama della stag-flazione appare allora il più probabile. E’ quindi urgente che la politica e gli operatori economici tendano ad individuare soluzioni preventive per evitare questo rischio. La ricerca di nuove alleanze commerciali e lo sviluppo di quelle già esistenti con paesi produttori di gas e di petrolio sono operazioni fondamentali per assicurarsi volumi e prezzi (anche spot). Mentre sul nucleare e sulle fonti rinnovabili si dovrebbe avviare una più accorta politica di sviluppo. Senza dimenticare una strategia di sostegno agli investimenti, sia produttivi, sia energetici.