Rating: debiti di serie A e di serie B

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Da anni c’è chi sostiene che le agenzie di rating spalleggiano i conti e i debiti statali di alcuni Paesi verso cui si mostrano alquanto indulgenti e criticano invece la contabilità di altre nazioni, colpevoli di essere poco “rigorose”

Non è una polemica nuova. Da anni c’è chi sostiene che le agenzie di rating spalleggiano i conti e i debiti statali di alcuni Paesi verso cui si mostrano alquanto indulgenti e criticano invece la contabilità di altre nazioni, colpevoli di essere poco “rigorose”. Si prendano ad esempio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che hanno ottenuto la tripla A da Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s, a conferma che il giudizio sulla loro solvibilità è rimasta invariata, nonostante il rapporto del debito pubblico sul Pil dei due Paesi sia aumentato a dismisura. Al termine del 2007 il debito pubblico americano non superava il 65% del Pil, ora è stabilmente collocato oltre l’85% e minaccia di avvicinarsi entro poco tempo al 100% del Pil, tanto che il segretario al Tesoro Timothy Geithner ha recentemente sollecitato il Congresso a rivedere e a reimpostare il tetto del debito, “altrimenti si rischia il collasso”. L’attuale legislazione americana, infatti, prevede che il tetto del debito sia fissato a 14 mila e 300 miliardi di dollari, livello oltre il quale il meccanismo si rompe e il Paese entra in default. Il debito americano, ad oggi, è pari a 14 mila miliardi di dollari, praticamente a un soffio dal livello di guardia. E gli Usa che fanno? Tagliano le spese? Adottano una politica di rigore lacrime e sangue, stile Grecia o Irlanda? No, semplicemente rispondono con una mossa tecnica: alziamo il parametro e diamo così serenità ai mercati… La mossa è un po’ subdola. In pratica è come se un medico, visitando il paziente che ha una temperatura corporea di 36,9 gradi, dicesse: da oggi lo stato febbrile non è più a 37 gradi, ma a 37,5 gradi. E’ un artificio, una convenzione forzata che consente di tirare avanti, ma non di debellare la malattia. E, nel caso americano – ma il discorso potrebbe valere, analogamente, anche per la Gran Bretagna, i cui conti si sono via via aggravati nel corso dello stesso periodo – la malattia ha un nome preciso: insostenibilità del sistema. Finora l’apparato statunitense si è retto sulla fiducia degli investitori. Il dollaro è moneta internazionale che i Paesi del pianeta devono possedere per pagare petrolio e materie prime. Il dollaro, come strumento di pagamento, è anche un mezzo di investimento e per questa ragione le nazioni con un forte surplus commerciale hanno investito (o “parcheggiato”) i loro capitali eccedenti in titoli di stato statunitensi. Il prezzo di questi Treasury-Bond è stato mantenuto alto grazie alle ripetute e ricorrenti mosse della Federal Reserve che li colloca, li ricompra e li rivende sul mercato, mantenendo il circuito obbligazionario sempre lubrificato e, consentendo, parallelamente, quelle operazioni di quantitative easing per immettere liquidità sul mercato e facilitare una politica di investimenti e di scambio. Il gioco funziona finché il ciclo economico procede a tassi di sviluppo elevati, perché gli operatori possano sopravvivere e lavorare. L’economia deve mantenere e garantire un modello flessibile, pronto a modificarsi un funzione dei cambiamenti di strategia industriale. Proprio per questa presunta “flessibilità” del sistema americano, le agenzie di rating hanno deciso all’unanimità di assegnare ancora la tripla A al debito americano. Le tre agenzie di rating sono paragonabili al medico che non considera il rischio dello stato febbrile, solo perché qualcuno, artificiosamente, decide che la febbre parte da valori di temperatura più alti. Lo stesso trattamento di riguardo e di favore non è invece riservato ad altri Paesi. Gli “straccioni” del pianeta – come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e forse in futuro anche l’Italia – sono invece inaffidabili, corrotti, portatori di virus contagiosi. E non meritano credito. La loro solvibilità è critica e sempre messa in discussione. E più i giornali e gli organi di informazione parlano di loro e delle malefatte dei loro infidi governi, e più si ha la possibilità di tenere al coperto e nascosto il vero punto centrale. Il cuore è forse più malato degli apparati periferici. Tendiamo a non accorgercene, finché il radar delle agenzie di rating non si sposta dai Paesi di serie B.