Società Off-Shore e appartamenti da paradiso

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Che cosa insegna il caso dell’appartamento di Montecarlo, al centro delle recenti vicende politiche e giudiziarie?

E’ possibile osservare il caso attraverso lo sguardo dei tecnici che in fatto di Paradisi fiscali la sanno lunga? Ad un’analisi approfondita emergono luci e ombre. Vediamole

 

La vicenda è nota, come del resto la polemica politica che l’ha contraddistinta e che continua ad avere effetti, ai piani istituzionali come nell’opinione pubblica. Il signor Giancarlo Tulliani, al secolo fratello della compagna di Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati, sarebbe risultato proprietario di un appartamento a Montecarlo che il partito di Alleanza Nazionale aveva ricevuto in eredità da una nobildonna a seguito della sua morte. Lasciando stare per un momento lo strascico delle inchieste della magistratura e delle inevitabili conseguenze pubblicistiche e mediatiche, vediamo di comprendere più da vicino, da un punto di vista tecnico, che cosa in questa vicenda regge e che cosa invece è fuori dalla logica dei fatti e delle procedure. La questione ha infatti una rilevanza notevole in quanto, come sostiene Alessandro Iadarola, commercialista con studio a Milano, “da quando è scoppiato il caso del bilocale monegasco, le richieste di informazioni sulle società off-shore da parte della mia clientela sono aumentate vertiginosamente”. Di questi e altri argomenti connessi si è parlato anche in un recente convegno a Lugano sui Paradisi Fiscali, organizzato dalla Gingras International, una società specializzata nella promozione di iniziative seminariali in tutto il mondo. Ma torniamo al dunque: perché e come si crea una società off-shore? I casi sono diversi e numerosi. “C’è il caso di imprenditori sull’orlo della separazione dal proprio coniuge che trasferiscono la proprietà degli immobili ad una società di Panama o delle Isole Cayman a loro intestata – ma garantiti dall’anonimato – per evitare che, a seguito degli accertamenti, il giudice decida di assegnare parte del patrimonio alla seconda metà”, precisa Giovanni Caporaso, un avvocato che si muove sui mercati internazionali per gestire riservatamente gli affari privati di industriali e professionisti. “C’è anche il concessionario di auto intimorito dagli attentati della ‘ndrangheta, che trasferisce ad una società off-shore le sue proprietà per evitare di offrire alle organizzazioni malavitose pretesti per poter essere rapito ai fini di riscatto. La legge italiana, infatti, impone che in caso di rapimento i beni patrimoniali della vittima siano posti sotto sequestro per evitarne la vendita. Ma se i beni immobiliari vengono inchiavardati in una società anonima non si offre il pretesto alle mafie di poter essere o di poter diventare oggetto di rapimento”, dice A.P, un noto avvocato con avviato studio legale a Reggio Calabria, che chiede di non essere citato a tutela della sua incolumità. “E c’è anche chi, come nel caso di un mio cliente, un ricco possidente terriero, – suggerisce Angelo Maria Salviati, un consulente amministrativo di origine aquilana – ha deciso di assegnare tutta la sua proprietà immobiliare ad una società anonima di un Paradiso Fiscale per modificare l’assetto ereditario ed evitare così che uno dei suoi tre figli, del tutto inadatto a prendere in mano gli affari di famiglia, potesse rivendicare alcunché”. Una scelta di questo tipo sarebbe così funzionale a potenziare e/o a depotenziare i ruoli negli asset delle varie posizioni ereditarie. Quando si costituisce una società off-shore che acquisisce la proprietà di beni immobiliari, l’ex proprietario arriva a possedere azioni, che sono del tutto anonime e al portatore. In pratica può decidere di assegnare precise quantità di queste quote azionarie in funzione della sua volontà (che nel frattempo sarà descritta in un testamento) oppure secondo accordi privati con gli eredi o gli eventuali soci. In questo modo la legge italiana sulle eredità e sulle quote legittime verrebbe superata in una maniera efficace, ma ai limiti della legittimità.

 

Non solo tasse

Come si può facilmente intuire dalla lettura dei tre esempi precedenti, all’origine del ricorso alle società off-shore non ci sarebbe solo il desiderio di pagare meno tasse, ma anche e soprattutto una serie di motivazioni legate a questioni ereditarie, matrimoniali, di riservatezza, di sicurezza personale e altro. “Il fenomeno non è isolato, ma dilagante”, sostiene anche un bollettino che circola tra gli addetti dei Ministeri delle Finanze e il Ministero dell’Interno. Tanto che qualcuno ha cominciato a ironizzare parlando di “Off-shore per tutti”, piuttosto che di “Paradisi fiscali popolari”, tanto sono diventati diffusi e accessibili. “Oggi si riscontrano costituzioni di società off-shore anche solo e semplicemente per acquistare una seconda casa del valore di 500 mila euro. Il costo di apertura di una società in un paradiso fiscale generalmente si aggira sui 2 mila euro e non supera quasi mai i 3 mila euro, mentre i costi di gestione annuale si mantengono intorno a poche centinaia di euro”, indica l’avvocato Caporaso. Dunque, dalle società Off-shore create per macchinare spericolate operazioni finanziarie (come la costituzione di fondi neri da parte di gruppi industriali e società finanziarie) stiamo per passare alle società Off-shore da ballatoio, per nascondere al fisco e ai vicini di casa la titolarità anche di un semplice immobile. Ed è questo, probabilmente, il caso della vicenda di Montecarlo, alla cui origine non ci sarebbe nient’altro che gran voglia di anonimato. Una riservatezza però fatalmente violata e su cui ora invece si vuole riflettere meglio. Secondo gli esperti, infatti, la ormai famosa casa del Principato non può essere stata acquistata senza l’appoggio di una banca nella stessa Monaco, punto dal quale i funzionari bancari sarebbero stati in grado di gestire i rapporti con qualche agente o qualche emissario di paesi compiacenti per aprire una prima società off-shore e poi una seconda, al fine di gestire un’architettura di relazioni a rimando e celare meglio sia l’identità dell’intestatario (o degli intestatari) della proprietà immobiliare, sia il circuito di pagamenti, effettuati anch’essi con una o più banche Off-shore, ovviamente. Tuttavia bisognerebbe andare anche a indagare – ma ciò appare francamente impossibile – quanto il Signor Tulliani possedeva già su uno o più conti correnti a lui intestati prima che avvenisse l’operazione dell’appartamento. “Questo tipo di informazioni si ottiene facilmente in Italia dove il Fisco e i funzionari dei ministeri possono approdare senza difficoltà alle banche dati degli istituti di credito, ma appare insostenibile in paesi come il Principato di Monaco, dove la riservatezza e l’anonimato dei correntisti sono garantiti all’ennesima potenza”, approfondisce Caporaso. C’è inoltre da considerare che, mentre nelle banche di alcuni Paradisi Fiscali è possibile aprire conti correnti con solo mille dollari, in realtà come il Principato di Monaco bisogna avere il portafoglio davvero pingue. Tra le vie di Montecarlo ci sono riservati uffici dove, per aprire una posizione, possono essere richiesti anche alcuni milioni di euro. La clientela viene scelta – anzi, selezionata – tra i più grandi e ricchi possidenti, privilegiando la qualità dei contatti. Si tenga presente che a Montecarlo i patrimoni non sono tassati, ma lo sono le attività finanziarie. Così si possono capire molte cose.

 

Ipotesi di lavoro

Sarebbe utile che gli inquirenti indagassero sul tracciato dei finanziamenti del Signor Tulliani che dall’Italia sarebbero fuoriusciti per andare verso altri lidi. Ciò sarebbe già un importante indizio. Se non si scoprono movimenti in tal senso, ciò potrebbe significare l’esistenza di almeno un paio di alternative: o il Signor Tulliani aveva già una rete di società Off-shore prima dell’ipotetico acquisto dell’appartamento, oppure qualcuno, da Montecarlo, titolare di un conto corrente riservato e anonimo, gli avrebbe potuto consentire di operare al riparo da occhi indiscreti. Perché delle due l’una: o il Signor Tulliani ha aperto un conto corrente ex-novo a Montecarlo per seguire l’operazione di acquisto (che altrimenti avrebbe rischiato di essere tassata come un’operazione immobiliare per conto di terzi, come previsto dalle leggi e dai regolamenti del Principato) oppure si sarebbe potuto servire di un conto già esistente. Magari non a suo nome, ma intestato a qualche suo conoscente di fiducia. Credo che il lettore attento sia già in grado, ora, di ricostruire un’ipotesi di lavoro, che così si sintetizza: 1) qualcuno che potrebbe essere titolare di un conto corrente a Montecarlo segnala al Signor Tulliani che esiste un appartamento acquistabile e che, nella stessa Montecarlo potrebbe godere di un conto corrente di appoggio per un’eventuale operazione immobiliare; 2) attraverso la costituzione di una sua società Off-shore il Signor Tulliani – da solo o insieme a soci, parenti, amici, conoscenti e/o fiduciari – avrebbe potuto far recapitare sul conto corrente della banca fiduciaria di Montecarlo una somma utile a gestire l’operazione, intestandosi a sua volta dello stesso conto, o di una sua sub-posizione; 3) a questo punto, grazie alla creazione di una seconda società Off-Shore, l’appartamento avrebbe potuto essere venduto con una serie di operazioni a cascata, in modo da complicare la lettura delle tracce agli ipotetici inseguitori. In questa vicenda restano ancora oscure due fondamentali questioni: 1) nelle ipotetiche società Off-Shore del Signor Tulliani – che intanto avrebbe preso in affitto l’appartamento dalla stessa società titolare della proprietà – ci sono altri soci? E se sì, quali sono? 2) A chi era ed è intestato l’ipotetico conto corrente della banca di Montecarlo dalla quale avrebbe potuto partire tutta la ben congegnata operazione? Nell’ombra resta ancora la rete dei sostegni, senza i quali un’operazione del genere sarebbe impossibile.