La corsa del petrolio conferma che il futuro sarà ancora delle fonti fossili

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Per il 2011 il prezzo del greggio, stima la Ue, potrebbe aggirarsi intorno ai 100 dollari al barile

La crisi libica ha dimostrato come il nostro pianeta sia ancora estremamente dipendente dalle fonti fossili, nonostante i grandi progetti e investimenti nelle energie rinnovabili.

È infatti bastata l’esplosione di un grave conflitto in un importante paese produttore di greggio (fornitore del 23% del petrolio importato dall’Italia, ndr) perché il prezzo del Brent volasse oltre quota 116 dollari al barile. Anche se la situazione dovesse risolversi nel breve periodo, le conseguenze della rivolta libica sui mercati degli idrocarburi perdureranno per tutto il 2011. A inizio anno, dunque prima dei cambi di regime in Nord Africa, Roy Higgins, direttore di World Oil, aveva stimato che Il prezzo del greggio (Brent) si sarebbe aggirato mediamente nel 2011 sui 93 dollari al barile, in decisa crescita rispetto alla media di 79,50 dollari registrata nel 2010. Ma gli ultimi avvenimenti hanno fatto saltare il banco, tanto che la Commissione europea ipotizza un prezzo di poco superiore ai 100 dollari come dato medio annuale. Se questa stima si rivelasse esatta il conto per il Vecchio Continente sarebbe piuttosto salato: i rincari del petrolio costerebbero 76 miliardi di euro all’Europa in spese supplementari per le importazioni, secondo quanto dichiarato dal capo economista dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol. L’ammontare totale della bolletta petrolifera della Ue potrebbe addirittura salire quest’anno a 375 miliardi di dollari, un valore superiore a quello del 2008. Ovviamente anche l’Italia, dove comunque il petrolio rappresenta ancora la fonte principale per la produzione di energia primaria (trasporti compresi, ndr) sarebbe interessata da rincari di queste proporzioni: “Nella nostra economia, un aumento del 20% del prezzo del petrolio determina, ceteris paribus, una minor crescita del prodotto di mezzo punto percentuale nell’arco di tre anni” ha spiegato recentemente il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.

Vista l’instabilità e la volatilità delle quotazioni delle fonti fossili è facile pensare che il mondo dovrebbe radicalmente modificare la propria tipologia di approvvigionamento energetico, puntando con decisione sulle nuove energie rinnovabili che, tra l’altro, garantiscono una netta riduzione delle emissioni di Co2, contenendo il cambiamento climatico globale. Ma, in realtà, nei prossimi decenni i combustibili tradizionali giocheranno ancora un ruolo fondamentale nel fabbisogno energetico globale, soprattutto per via dell’impetuosa crescita economica delle economie emergenti. È quanto prevede, ad esempio, il principale scenario del World Energy Outlook 2010 della Iea- denominato Nuove Politiche – che tiene conto degli impegni politici e dei piani annunciati dai paesi di tutto il mondo, ipotizzando che queste promesse saranno rispettate soltanto in misura moderata. Secondo questo scenario, il fabbisogno globale di energia primaria aumenterà del 36% tra il 2008 e il 2035, ovvero in media dell’1,2% l’anno, e sarà garantito per oltre il 50% da un ulteriore sviluppo della produzione delle fonti fossili.

Il petrolio rimarrà infatti il principale combustibile nel mix energetico globale, seguito dal carbone. Delle tre fonti fossili, il gas crescerà in misura maggiore (+44% rispetto al 2008), raggiungendo i 4.500 miliardi di metri cubi annui. Anche la domanda di petrolio è comunque attesa in aumento e secondo la Iea raggiungerà circa 99 milioni di barili al giorno nel 2035, quindici milioni in più rispetto al 2009. I paesi non-Ocse, per soddisfare la loro crescente fame di energia, insomma, non rinunceranno certo a costruire nuove centrali elettriche a carbone, gas e petrolio, senza contare i carburanti necessari per soddisfare l’aumento della motorizzazione (nei prossimi 30 anni il ruolo dell’auto elettrica sarà comunque marginale ndr). Le riserve globali di idrocarburi saranno sufficienti a coprire questa impetuosa crescita? Secondo le stime Eni, sì: al primo gennaio 2010, le riserve di petrolio sono aumentate di 13,5 miliardi di barili (+1,1%) rispetto al 2009. Inoltre, la crescita costante delle riserve di petrolio nella seconda metà del decennio ha determinato l’incremento dell’indice di vita residuo del greggio mondiale dai 37 anni del 2005 ai 40 anni del 2009. Anche le riserve mondiali di gas sono aumentate in misura notevole (+4,8% al primo gennaio 2010 rispetto alla stessa data del 2009), proseguendo un trend che le ha portate ad aumentare del 10,3% rispetto al primo gennaio 2005. Nel 2009, l’indice di vita residuo del gas è infatti salito da 58 a 60 anni.