L’inflazione con l’ammorbidente

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Gli ultimi dati sull’inflazione americana indicano che il carovita a stelle e strisce viaggia ad un ritmo leggermente inferiore al 3%

Sembrerebbe quasi un valore neutrale, visti i tempi di surriscaldamento dei prezzi delle materie prime, con l’oro a livelli di record storico e con il petrolio che continua a viaggiare su posizioni di forza. Come è possibile che, a fronte di questa dinamica, l’inflazione rimanga tuttavia sotto controllo? Alla domanda si può rispondere dicendo che è tutto merito del “termometro” con cui si misura. Eh, sì, perché il paniere di merci e servizi che è stato scelto – e con esso il metodo di calcolo dell’inflazione – è in grado di attutire gli effetti del carovita. E in un certo senso, ammorbidisce la rilevazione. Se dovessimo applicare ai prezzi odierni il paniere e gli strumenti che venivano applicati nel corso degli anni ’80, allora l’inflazione americana sarebbe vicina al 10%, una misura più rispondente alla realtà vera. Nel corso di quel periodo a governare gli Stati Uniti c’erano Ronald Reagan alla presidenza e Paul Volker alla Federal Reserve. L’immissione di dollari sul mercato provocò un’inflazione a due cifre, che portò i rendimenti dei titoli di stato a livelli anche superiori al 20%, tanto negli Stati Uniti quanto poi in Italia. A seguito di quel periodo gli uffici di statistica, il cui compito è anche quello di elaborare i dati sull’inflazione, hanno cercato di aggiustare il tiro, ottenendo dei più miti sistemi di verifica, col risultato di comprimere la tensione inflazionistica. Ma i mercati e gli investitori hanno da tempo capito che il maquillage statistico nasconde una bomba inflazionistica dagli esiti ancora incalcolabili. Gli attuali vertici degli Stati Uniti – con Barack Obama alla presidenza e con Ben Bernanke alla Federal Reserve – proseguono sulle stesse orme dei loro predecessori: si stampano dollari e si accresce lo stock dei bonds, i titoli di stato federali. A ciò si aggiunga che alcuni anni fa, nel marzo del 2006 – quando presidente era George W. Bush con governatore della Federal Reserve Ben Bernanke insediatosi il 31 gennaio dello stesso 2006 al posto del precedente Alan Greenspan – venne emanato un decreto presidenziale che stabiliva una decisione devastante per i mercati e per gli operatori: il Dipartimento del Tesoro non avrebbe più pubblicato il dato mensile dell’M3, l’indicatore della massa monetaria, che serve a stabilire di quanto aumenta la diffusione e la circolazione della moneta. In pratica si è data carta bianca al governo di poter stampare dollari senza renderne conto al mercato e alle istituzioni internazionali. Una misura che è poi servita per affrontare – guarda caso – la crisi finanziaria dei mutui sub-prime del biennio 2008-2009. Anche adesso – che Bush è passato e al suo posto c’è un altro presidente – è in vigore quel decreto presidenziale che blocca la diffusione dei dati su quanti dollari vengano stampati. Di fronte a questa situazione – stranamente! – un’agenzia di rating, la Standard and Poor’s, ha avuto il temerario coraggio di rivedere il grado di solvibilità del sistema americano a medio termine e lo ha giudicato più negativo del previsto. Apriti cielo! L’amministrazione Obama e i media hanno tuonato contro questa “svalutazione” delle finanze e del debito pubblico statunitense, dicendo che è solo una messa in scena con un evidente scopo politico e cioè quello di detronizzare l’attuale presidente alle prossime elezioni presidenziali in calendario nel 2012. Intanto l’oro continua a crescere lo stesso, segno che il grado di sfiducia sul dollaro si adegua in maniera parallela. Sarebbe davvero più opportuno che la verità venisse difesa e divulgata. Già a livello politico. Diversamente potremmo aspettarci una fase di forte crescita dei prezzi e un conseguente innalzamento dei rendimenti dei titoli di stato. Il parametro di paragone – se tutto va bene – è quello degli anni ’80 al quale si è fatto riferimento. Ma dietro l’angolo i rischi potrebbero anche essere più grandi. Qualcuno parla di un’altra grande depressione stile ’29, se non addirittura di superinflazione stile Repubblica di Weimar. C’è da augurarsi che qualche onesto economista di qualche istituzione trasparente sappia darci indicazioni veritiere sul reale stato dell’arte dei prezzi americani e della quantità di dollari in circolazione. L’uso degli ammorbidenti nell’elaborazione dei dati può essere utile a non avere problemi sul breve. Ma nel lungo periodo, da che mondo è mondo, tutti i nodi vengono al pettine.